domenica 11 ottobre 2020

Premessa: questo articolo fa parte di una raccolta di riflessioni che hanno dato nel 2018 a #Gnomeide 2 manuale di sopravvivenza ai social network, scritto da Sonia Montegiove e Gilberto Santucci.
Il libro raccoglie le esperienze e i suggerimenti di genitori addetti ai lavori che provano a spiegare i rischi del web per coglierne le opportunità, evitando i pericoli per i minori.

Frequentando ambienti scolastici o comunque abitati da persone che hanno figli, si affrontano spesso temi legati all’educazione e ne emerge l’attuale difficoltà dei genitori di portare a termine il loro compito principale nella società: l’educazione della prole. La problematica non può certo essere confinata a questa generazione, deriva da un concetto vecchio di oltre 50 anni, si chiama GAP generazionale.
Il primo grande segnale di evidente differenza sociale e culturale tra generazioni si ebbe negli anni ‘60, negli Stati Uniti d’America, quando i Baby Boomers entrarono in contrasto con la generazione precedente, formata principalmente da veterani di guerra. Le differenze tra generazioni si registrano anche nel passato più lontano, fa parte dell’evoluzione sociale dell’umanità, ma in questo periodo si sono acuite in maniera significativa. Le ragioni sono molteplici:
  • I Baby Boomers nati tra il 1945 e il 1964 sono tantissimi, causano un incremento demografico senza precedenti, grazie ai miglioramenti della medicina e alla fine della guerra che induce i reduci a metter su famiglia. Una volta adulti, la disparità numerica con la generazione precedente donerà loro potere.
  • Le differenze e gli argomenti di attrito riguardavano molti ambiti: gusti musicali (specie con la comparsa della musica rock), moda, uso di droghe e politica.
  • I Baby Boomers iniziarono le grandi proteste degli anni Sessanta, nonostante fossero molto biasimati dalla generazione precedente, la quale pensava che volessero solo oltrepassare ogni convenzione sociale.
Via via, il tempo ha prodotto nuove generazioni e nuovi conflitti. Si sono succedute le generazioni X dal 1965 al 1980, La Generazione Y (Millennials) dal 1981 al 2000 e infine i nostri figli, nati dopo il 2000, la famigerata generazione Z.
La situazione odierna differisce moltissimo dalle crisi generazionali del passato, soprattutto per un dato: la differenza di età tra genitori e figli. La generazione Z è quasi totalmente figlia della generazione X e non della generazione Y, infatti da almeno un paio di decenni si diventa genitori intorno ai 40 anni, saltando di netto una generazione. Le cause di questa situazione sono varie e tutto sommato non rilevanti per approfondire questa tematica, ma il fatto resta innegabile: mia madre a 28 anni aveva 3 figli, io il primo e unico l’ho avuto a 33 e, per i canoni attuali, sono un genitore giovanissimo. La difficoltà di comunicazione con i nati dopo il 2000 non deve imputarsi solamente alla differenza di età, c’è un altro e importante aspetto che conta molto di più: la rivoluzione digitale.
Internet è entrato nelle case a metà degli anni ‘90, ma l’impatto più forte sulla popolazione si è verificato con l’avvento degli smartphone poco più di 10 anni fa; un’ondata dirompente di informazioni e possibilità a cui nessuno era (ed è) in grado di prepararsi a dovere. Per approfondire il concetto facciamo un passo indietro, all’epoca di mio padre. Lui e mia madre sapevano esattamente cosa la vita avesse in serbo per me e per i miei fratelli, o almeno si illudevano di saperlo. Avevano una specie di libretto delle istruzioni tramandato dai miei nonni e dai costumi della società del 20° secolo, che spiegava loro quali erano le buone pratiche, le criticità, da dove arrivavano i pericoli; era sufficiente vigilare sulle frequentazioni, poiché in ogni caso i contatti con l’esterno passavano attraverso la presenza fisica. Oggi non è più così, i pericoli non vengono più solo dalle frequentazioni, ma principalmente dall’uso scriteriato della rete, vero strumento di evasione degli adolescenti.

Quando ci fermiamo al semaforo in attesa del verde non siamo più circondati da motorini come accadeva 20 anni fa. L’adolescente delle generazioni X e Y aveva nel motorino l’unico mezzo di evasione per entrare in contatto con il mondo; c’era la televisione, ma era un broadcast unidirezionale. Informava, ma non permetteva l’interazione. Nel 2018 i ragazzi non sono più interessati a scoprire il mondo camminando, per loro è sufficiente avere l’accesso a un immenso surrogato della realtà. Sembrerebbe quindi che il problema siano loro, i nostri bambini e ragazzi che hanno perso il contatto con la realtà. Non credo affatto sia così. Noi mamme e papà della generazione X abbiamo ricevuto un imprinting che ci ha insegnato a tenere i figli lontano dai pericoli conosciuti dai nostri genitori; i risultati sono coerenti con questo approccio. Controlliamo in modo esagerato gli spostamenti dei ragazzi, preferiamo accompagnarli ovunque invece di lasciarli liberi di scoprire la vita; in altre parole, utilizziamo gli strumenti del passato con gli adulti del futuro. Da genitori ci sentiamo a posto con la nostra coscienza, stiamo solo facendo quello che ci è stato insegnato; se i nostri figli hanno problemi diamo spesso la colpa alla scuola, internet e i social network sono solo virtuali e non percepiti come pericoli. In realtà non mi sento di colpevolizzare troppo noi adulti. Ci siamo trovati in una situazione completamente nuova, nessuno ci ha preparati ad affrontare le minacce della rete.
La buona pratica sarebbe:
  • imparare a utilizzare gli strumenti
  • capirne la pericolosità e i benefici
  • insegnare ai figli quanto appreso
Il problema è che i ragazzi vengono in contatto con la rete molto prima che questo processo inizi, così in brevissimo tempo si rendono autonomi ed esplorano ambienti del tutto oscuri ai genitori. Purtroppo ho constatato in prima persona che i neogenitori non sono disponibili a prendere sul serio lo studio della rete a fini educativi quando i figli sono ancora piccoli e, quando finalmente si decidono a farlo, è troppo tardi: i ragazzi ne sanno già più di loro. Non ho una soluzione a questo problema, ma posso dare un suggerimento utilizzando una metafora calcistica: quando un attaccante si avvicina all’area di rigore, bisogna anticiparlo e prendergli la palla. Se vieni superato, o lo butti giù (ed è calcio di rigore) o subisci il goal.