sabato 12 giugno 2021

Esistono diversi siti e applicazioni che promettono ricavi in denaro partecipando a sondaggi online; ho provato personalmente alcuni di questi rimanendo deluso per i seguenti motivi:

  • Lunghezza dei sondaggi
  • Domande molto personali
  • Scarsissimi guadagni
  • Scarsa informazione sull'utilizzo dei dati
Perché quindi insistere nel voler condividere informazioni personali per una manciata di centesimi?

La soluzione di Google

La risposta viene dal servizio offerto da Google che non promette grandi guadagni in euro, ma elargisce credito per il proprio Google Play Store. In quest'ottica i pochi centesimi guadagnabili assumono un valore molto più grande perché consentono di accedere a un vasto Marketplace fatto di app, libri e film senza dover utilizzare una carta di credito.

Per ottenere il credito è necessario partecipare a sondaggi proposti da Google e si basa sulla nostra esperienza di utilizzo della piattaforma a tutto tondo; ad esempio: l'ultimo sondaggio che mi è stato proposto riguardava la mia percezione di utilità di una videorecensione che avevo visto su Youtube un paio di mesi fa.

I sondaggi di Google sono legati alla sfera personale, sono legati alla nostra esperienza, ma se decido di condividere i miei dati, preferisco farlo con un'azienda a cui ho già dato il permesso di conoscere la mia vita in cambio dei suoi servizi (opinione totalmente personale).

A differenza di altri servizi, i sondaggi sono brevissimi e vengono proposti più o meno settimanalmente, accreditano il compenso istantaneamente e hanno un valore di circa 20/30 centesimi ognuno. Non parliamo di grandi cifre, non diventeremo ricchi con questo servizio, ma soprattutto per scaricare app a pagamento, può essere una soluzione molto valida.

Il funzionamento di Google Opinion Rewards è molto semplice, è sufficiente possedere uno smartphone con sistema operativo Android.

Procedura

  1. Scaricare l'app dal Google Play Store.
  2. Dopo aver scaricato l'app, sarà sufficiente rispondere al sondaggio proposto. NB: è necessario rispondere sinceramente ai sondaggi o la piattaforma non ne proporrà di nuovi.
  3. Attendere nuove proposte di sondaggio che dovrebbero arrivare con cadenza settimanale. una notifica segnalerà la presenza di un nuovo sondaggio disponibile.
La frequenza con cui vengono proposti i sondaggi aumenta se abbiamo attivato la cronologia delle posizioni di Google da Google Maps, in quanto Google ha più possibilità di legare la nostra esperienza a un argomento che vuole approfondire.


Schermata Google Play Store
Schermata Google Play Store

Bonus: 4 App consigliate da scaricare con i crediti

  • TouchRetouch - € 2,29 - app di fotoritocco istantaneo
  • Camera ZOOM FX Premium - € 3,99 - app con funzionalità pro per fotocamera
  • Minecraft - € 7,49 -  videogioco indipendente di tipo sandbox in prima persona
  • Cryptotab - € 0,59 - browser con funzionalità di mining

domenica 11 ottobre 2020

Premessa: questo articolo fa parte di una raccolta di riflessioni che hanno dato nel 2018 a #Gnomeide 2 manuale di sopravvivenza ai social network, scritto da Sonia Montegiove e Gilberto Santucci.
Il libro raccoglie le esperienze e i suggerimenti di genitori addetti ai lavori che provano a spiegare i rischi del web per coglierne le opportunità, evitando i pericoli per i minori.

Frequentando ambienti scolastici o comunque abitati da persone che hanno figli, si affrontano spesso temi legati all’educazione e ne emerge l’attuale difficoltà dei genitori di portare a termine il loro compito principale nella società: l’educazione della prole. La problematica non può certo essere confinata a questa generazione, deriva da un concetto vecchio di oltre 50 anni, si chiama GAP generazionale.
Il primo grande segnale di evidente differenza sociale e culturale tra generazioni si ebbe negli anni ‘60, negli Stati Uniti d’America, quando i Baby Boomers entrarono in contrasto con la generazione precedente, formata principalmente da veterani di guerra. Le differenze tra generazioni si registrano anche nel passato più lontano, fa parte dell’evoluzione sociale dell’umanità, ma in questo periodo si sono acuite in maniera significativa. Le ragioni sono molteplici:
  • I Baby Boomers nati tra il 1945 e il 1964 sono tantissimi, causano un incremento demografico senza precedenti, grazie ai miglioramenti della medicina e alla fine della guerra che induce i reduci a metter su famiglia. Una volta adulti, la disparità numerica con la generazione precedente donerà loro potere.
  • Le differenze e gli argomenti di attrito riguardavano molti ambiti: gusti musicali (specie con la comparsa della musica rock), moda, uso di droghe e politica.
  • I Baby Boomers iniziarono le grandi proteste degli anni Sessanta, nonostante fossero molto biasimati dalla generazione precedente, la quale pensava che volessero solo oltrepassare ogni convenzione sociale.
Via via, il tempo ha prodotto nuove generazioni e nuovi conflitti. Si sono succedute le generazioni X dal 1965 al 1980, La Generazione Y (Millennials) dal 1981 al 2000 e infine i nostri figli, nati dopo il 2000, la famigerata generazione Z.
La situazione odierna differisce moltissimo dalle crisi generazionali del passato, soprattutto per un dato: la differenza di età tra genitori e figli. La generazione Z è quasi totalmente figlia della generazione X e non della generazione Y, infatti da almeno un paio di decenni si diventa genitori intorno ai 40 anni, saltando di netto una generazione. Le cause di questa situazione sono varie e tutto sommato non rilevanti per approfondire questa tematica, ma il fatto resta innegabile: mia madre a 28 anni aveva 3 figli, io il primo e unico l’ho avuto a 33 e, per i canoni attuali, sono un genitore giovanissimo. La difficoltà di comunicazione con i nati dopo il 2000 non deve imputarsi solamente alla differenza di età, c’è un altro e importante aspetto che conta molto di più: la rivoluzione digitale.
Internet è entrato nelle case a metà degli anni ‘90, ma l’impatto più forte sulla popolazione si è verificato con l’avvento degli smartphone poco più di 10 anni fa; un’ondata dirompente di informazioni e possibilità a cui nessuno era (ed è) in grado di prepararsi a dovere. Per approfondire il concetto facciamo un passo indietro, all’epoca di mio padre. Lui e mia madre sapevano esattamente cosa la vita avesse in serbo per me e per i miei fratelli, o almeno si illudevano di saperlo. Avevano una specie di libretto delle istruzioni tramandato dai miei nonni e dai costumi della società del 20° secolo, che spiegava loro quali erano le buone pratiche, le criticità, da dove arrivavano i pericoli; era sufficiente vigilare sulle frequentazioni, poiché in ogni caso i contatti con l’esterno passavano attraverso la presenza fisica. Oggi non è più così, i pericoli non vengono più solo dalle frequentazioni, ma principalmente dall’uso scriteriato della rete, vero strumento di evasione degli adolescenti.

Quando ci fermiamo al semaforo in attesa del verde non siamo più circondati da motorini come accadeva 20 anni fa. L’adolescente delle generazioni X e Y aveva nel motorino l’unico mezzo di evasione per entrare in contatto con il mondo; c’era la televisione, ma era un broadcast unidirezionale. Informava, ma non permetteva l’interazione. Nel 2018 i ragazzi non sono più interessati a scoprire il mondo camminando, per loro è sufficiente avere l’accesso a un immenso surrogato della realtà. Sembrerebbe quindi che il problema siano loro, i nostri bambini e ragazzi che hanno perso il contatto con la realtà. Non credo affatto sia così. Noi mamme e papà della generazione X abbiamo ricevuto un imprinting che ci ha insegnato a tenere i figli lontano dai pericoli conosciuti dai nostri genitori; i risultati sono coerenti con questo approccio. Controlliamo in modo esagerato gli spostamenti dei ragazzi, preferiamo accompagnarli ovunque invece di lasciarli liberi di scoprire la vita; in altre parole, utilizziamo gli strumenti del passato con gli adulti del futuro. Da genitori ci sentiamo a posto con la nostra coscienza, stiamo solo facendo quello che ci è stato insegnato; se i nostri figli hanno problemi diamo spesso la colpa alla scuola, internet e i social network sono solo virtuali e non percepiti come pericoli. In realtà non mi sento di colpevolizzare troppo noi adulti. Ci siamo trovati in una situazione completamente nuova, nessuno ci ha preparati ad affrontare le minacce della rete.
La buona pratica sarebbe:
  • imparare a utilizzare gli strumenti
  • capirne la pericolosità e i benefici
  • insegnare ai figli quanto appreso
Il problema è che i ragazzi vengono in contatto con la rete molto prima che questo processo inizi, così in brevissimo tempo si rendono autonomi ed esplorano ambienti del tutto oscuri ai genitori. Purtroppo ho constatato in prima persona che i neogenitori non sono disponibili a prendere sul serio lo studio della rete a fini educativi quando i figli sono ancora piccoli e, quando finalmente si decidono a farlo, è troppo tardi: i ragazzi ne sanno già più di loro. Non ho una soluzione a questo problema, ma posso dare un suggerimento utilizzando una metafora calcistica: quando un attaccante si avvicina all’area di rigore, bisogna anticiparlo e prendergli la palla. Se vieni superato, o lo butti giù (ed è calcio di rigore) o subisci il goal.

martedì 7 gennaio 2020


Ho appena finito di ascoltare il mio primo audiolibro: "Resto qui"; di Marco Balzano. Una storia amara e coinvolgente che richiama l'attenzione su un passato dimenticato troppo in fretta. Ma questo post non vuole parlare del contenuto, il tema di oggi è il mezzo di assimilazione; non so quale altro termine usare perché di fatto io non ho letto un bel niente, eppure stiamo appunto parlando di un libro.

Se l'Ebook aveva cominciato a metterci in difficoltà smaterializzando le pagine di carta profumata, ora l'audiolibro ci spiazza definitivamente obbligandoci a ridefinire l'opera letteraria, perché in questo caso non c’è più neanche un testo da leggere. Si dirà che non l'hanno certo inventato oggi, l'audiolibro. In fondo la mamma che ci leggeva le favole è stata per molti se non per tutti la prima esperienza letteraria in assoluto. Ma è ora, con le nuove tecnologie che questa modalità sta diventando di uso comune, grazie anche a piattaforme sempre più facili da utilizzare, economiche e con cataloghi che fanno concorrenza alle librerie. Al netto di chi lo utilizza perché non ha alternative (non vedenti, DSA ecc...) io credo che a breve questa modalità di consumo farà il botto e il motivo è semplice: ascoltare è molto più facile che leggere. Se sfogliare un libro richiede tempo, silenzio e luce, ecco che ascoltarlo lo si può fare persino in macchina in mezzo al traffico, o in sala d'attesa dal dentista, in aereo, in treno, in nave o in seggiovia. Perché ormai tutti abbiamo uno smartphone e un paio di auricolari sempre a portata di mano e non c'è giorno che non vi sia un momento da riempire con l'ascolto, provare per credere. Se per il vecchio supporto cartaceo, la qualità di lettura era ed è tuttora data dalla stampa e dalla rilegatura, con l’audiolibro assumerà un’importanza decisiva la voce narrante e la sua capacità di coinvolgere il lettore (o meglio l’ascoltatore). Se poi a narrare sarà l’autore stesso, l’esperienza d’ascolto non potrà che guadagnarci. 

Certo con questo non voglio dire che il buon vecchio libro è superato o che non leggerò più, continuerò a farlo nei momenti adatti, ma ora so che potrò anche scegliere di assumere a piccole dosi un grande classico o un bestseller nei ritagli di tempo invece che scrollare oziosamente un Social, già questo mi sembra un ottimo risultato.

lunedì 11 novembre 2019

Televisione retro con trasmissione NetFlix
La televisione ai tempi di Netflix: il potere che non c’è più
Me la ricordo io la televisione di quando ero un ragazzino, quando il telecomando era lo scettro del potere. Mio padre che lo deteneva sceglieva cosa guardare e noi ci si adattava ai suoi gusti o al più i dissidenti migravano sulla televisione più piccola per vedere qualcos’altro, sempre che non l’avesse già occupata mia madre con le sue telenovelas.

Per poter essere padroni dei palinsesti bisognava attendere di trovarsi da soli in casa il che era raro. Anche andare al cinema con qualcuno non ci esentava (e non ci esenta nemmeno oggi) dallo scegliere una pellicola piuttosto che un’altra, era inevitabile scontrarsi con i gusti dell’amico di turno o della fidanzatina, per chi ce l’aveva. Ricordo ancora oggi il terribile “Sacrificio” di Tarkovskij che aveva vinto il premio speciale della giuria a Cannes nel lontano 1986, il salto era grande dopo anni di western, peccato che non ero stato io a scegliere di vederlo e dopo averlo visto capiì anche il perché.

Poi vennero le videocassette, ma anche qui, il potere di scelta era di chi pagava il noleggio e bisognava scendere quantomeno a compromessi. certo era già un passo in avanti, qualche film fuori dai canoni si riusciva a vedere, ma le critiche giungevano inesorabili: “prendi sempre sti film strani...” mi diceva mio padre quando era costretto a vedere qualcosa dove non c’erano morti e sparatorie. La televisione via cavo non cambiò molto le cose, dato che non ero io a pagare l’abbonamento, l’unica differenza era che non si doveva più scendere da Blockbuster, il catalogo era a portata di telecomando. Il risultato comunque, era sempre lo stesso, tutti insieme a guardare un film, a chi piaceva, a chi no.

Oggi sono io il Capofamiglia e Netflix preleva il canone dal mio conto, ma, ahimè, nell’era digitale il mio potere si è estremamente ridotto e non è neanche lontanamente paragonabile a quello che aveva mio padre. Il nuovo strumento di intrattenimento familiare si è rivelato ben presto un diabolico meccanismo di isolamento. La Piattaforma infatti suggerisce fin da subito di creare un profilo per ogni utente, ovvero per ogni componente della famiglia, allo scopo di soddisfare i gusti di tutti. Questo all’inizio sembra molto democratico, ma il risultato dopo alcuni disperati tentativi di guardare qualcosa tutti insieme, è stato invece quello di isolarci tutti quanti. La possibilità di accedere da più dispositivi creandosi un catalogo personalizzato ha di fatto reso obsoleta la serata in compagnia. Ognuno guarda quello che vuole, se una cosa piace a più di uno, diversi sono i momenti in cui vederla, diversi i modi in cui farlo. Mentre io, solo come un cane (con il gatto sulle ginocchia) guardo la mia serie preferita, uno dei miei figli ne sta guardando un’altra sul PC in camera sua. Mia moglie, nel frattempo, rassetta la cucina in attesa che io termini la mia visione per prendere il mio posto e guardarsi la sua serie, che a me non piace e quindi lo farà da sola a sua volta, magari mentre stira. L’altro figlio intanto sta guardando qualcos’altro direttamente sul telefono. Fantastico? No, allucinante, perché l’era della condivisione in realtà ci isola tutti, ognuno guarda ciò che vuole quando vuole, ma da solo, senza qualcuno vicino con cui commentare.

Unica possibilità di uscire dall’isolamento i Social, dove parlare con altri “Isolati” che non conosciamo di ciò che abbiamo guardato da soli, ma questa è un’altra storia. Che tristezza.