domenica 17 febbraio 2013

Padri imperfetti, ma padri

Padre e figlio in completo relax (foto by Klaus Tiedge)

Ho conosciuto Alessandro Curti in rete, mi ha colpito l'affinità di pensiero e la non disponibilità a rinunciare al ruolo che la famiglia richiede ad uomo padre, ma oltre a questo ho voluto trattare questo tema per mezzo di un addetto ai lavori, infatti oltre ad essere marito e papà, ricopre il ruolo di educatore  Coordinatore presso "Il Filo di Arianna - Società Cooperativa Sociale"

Questa strana fissa sulla paternità mi è venuta un giorno di gennaio di sette anni fa.
Non ricordo che giorno della settimana fosse, se fosse soleggiato o nuvoloso, o che vestito indossassi. Ma rammento, come se fosse oggi, che tornai dal lavoro e la mia compagna mi consegnò un pacchettino.
"Strano" mi venne da pensare, perché lei non è certo una donna dai doni inaspettati. Ma un regalo è sempre gradito e così lo scartai.
Mi ritrovai davanti ad uno strano aggeggio bianco e rosa, simile ad un termometro elettronico, con due righette rosa parallele.
Mi sento un po' idiota ad ammetterlo, ma ci ho messo decisamente più di qualche secondo per capire.
Poi però ci sono arrivato e, con una scossa elettrica fino a terminazioni nervose che nemmeno sapevo di avere, ho realizzato che stavo diventando padre.
Chiariamo alcuni punti perché non sembri che la notizia mi abbia colto impreparato.
Intanto la stavamo cercando, anche se tutti gli amici con cui avevamo parlato raccontavano di lunghe attese e molteplici tentativi.
In secondo luogo, per professione, ho sempre rivestito un ruolo educativo maschile (in un mondo di cura e assistenza in cui la presenza femminile è in percentuali altissime) ed ero quindi abituato ad assumermi la responsabilità dell'educazione di altri.
Ma quando scopri che stai diventando padre... è come nei cartoni animati, quando il pianoforte cade dal centesimo piano e si schianta sulla testa del protagonista.
O almeno così è stato per me.
Da allora la mia privata è stata ribaltata come un calzino, ma mi sono reso conto che anche quella professionale è variata parecchio.
Non so se per caso o che altro, ma negli ultimi anni mi è capitato di lavorare con tanti padri e i loro figli.
Padri abbandonati, abbandonici, conflittuali, poveri di risorse, aggressivi, incattiviti, estremamente deboli, volenterosi, imbranati, impauriti...
O addirittura con padri invisibili, la cui assenza ha però un peso tale che sarebbe meglio fossero presenti.
Come la scoperta dell'acqua calda.
Vista la concomitanza delle due situazioni – quella privata e quella personale – ho cominciato a leggere, studiare, approfondire, indagare le diverse posizioni psicopedagogoche sul ruolo del padre e sull'evoluzione sociale di questo ruolo.
Tante sono state le definizioni che ho sentito affibbiare ai padri della nostra generazione, fino a quella che ritengo la peggiore (anche se per la società sembra essere un complimento) cioè "mammo".
Ma nel confronto con i padri reali che ho incontrato e con cui lavoro tutti i giorni un unico pensiero mi accompagna costantemente.
Io che tipo di padre sono?
Ecco perché parlo di "strana fissa sulla paternità".
Perché non mi sono soffermato su che tipo di padre vorrei essere, o sul rapporto con l'immagine (reale o fantastica) che su mio padre, o ancora su quello che gli altri si aspettano da me nel mio ruolo paterno.
Ho semplicemente scoperto che fare il padre è tutt'altro che semplice.
Non è solo adorare la propria bambina sopra ad ogni cosa.
Non è solo cercare di proteggerla dalle difficoltà del mondo perché ci sembra troppo piccola per affrontarle o tentare di spiegarle quali sono i valori della vita e quanto sia difficile rispettarli.
È vestirla correttamente al mattino prima di andare a scuola rispettando l'accostamento di colori come farebbe sua madre.
È cucinarle la cosa giusta e non quello che entrambi vorremmo mangiare, come farebbe sua madre.
È ricordarsi di metterle la crema idratante dopo il bagnetto, perché non è importante solo essere puliti, ma pensare anche alla morbidezza della pelle.
Come farebbe sua madre.
Ma fare il padre non significa essere un buon surrogato di madre.
Essere un padre significa essere un uomo che si occupa del proprio figlio.
Dimenticando che il giallo e il viola insieme non ci stanno, che wurstel e patate non sono un'alimentazione sana, che la crema idratante non è solo qualcosa che appiccica le mani.
La società (e forse anche le madri, le nostre compagne e mogli) ci vorrebbero come delle perfette copie delle donne che sanno - per istinto - proteggere, curare e crescere i propri cuccioli.
Ma per questo ci sono già le madri, non serviamo noi.
Sono bravissime in questo ruolo: perché dovrebbero anche solo pensare di forgiarci a loro immagine e somiglianza?
Noi siamo dei padri e dobbiamo fare i padri.
Rivendicando il nostro ruolo, le nostre peculiarità e le nostre debolezze, in modo che i nostri figli non risentano di una mancanza nella loro crescita e ci riconoscano proprio come padri.
Padri imperfetti, ma padri.
Sempre.

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9 commenti:

  1. Un post che fa tanto riflettere sull'importanza di salvaguardare il ruolo di padri come unico, ma soprattutto come diverso da quello di madre. Sono d'accordo, un bambino non ha bisogno di una (brutta) copia della madre (e neanche di una brutta copia del padre), ma di due figure distinte a cui fare riferimento.

    Entrambi i genitori sono imperfetti, sempre e comunque. Direi anche per fortuna.
    Io non sono un'educatrice, ma l'istinto mi dice che troppa perfezione non fa mai bene. Riconoscere e magari ridere sopra le imperfezioni dell'uno o dell'altro genitore aiuta il bambino ad avere più autostima, senza soffrire del confronto.
    Ben venga l'imperfezione!

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  2. La perfezione non esiste, tutto è sempre perfettibile.
    Nella mia professione ho sempre tenuto ben presente che una relazione educativa, per quanto asimmetrica, dà insegnamento ad entrambi i soggetti.
    Nel mio essere padre questo aspetto è (se possibile) ancora più valevole perché la mia piccola mi insegna ad essere un padre migliore, o quanto meno a provarci.
    Alessandro

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  3. L'ho letto e poi l'ho condiviso con il papa' del nostro bimbo.
    Perche' penso che fare i genitori sia un'avventura emozionante e a tratti difficile ma il fare il padre spesso si scontra anche con un "cambio di modelli" (o mancanza di modelli) tipico degli ultimi anni, che ha creato un vuoto e qualche incertezza in piu' a chi il papa' vuole farlo davvero, senza limitarsi a "imitare" la mamma .
    Per questo sono importanti queste condivisioni, perche' l'imperfezione e' insita nel nostro essere "piccoli uomini" ma e' il voler davvero "fare" che fa la differenza.
    Un caro saluto
    Fra

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  4. Mi fa piacere cara Fra che tu abbia condiviso la mia riflessione di padre con un altro padre. Concordo che i nuovi (o forse proprio i vecchi) modelli maschili rendano più complesso il ruoli di padre. Ed è proprio per questo che mi chiedo: dov'è la voce dei padri? Perché noi uomini abbiamo così tanta difficoltà a far sentire la nostra voce in prima persona? Cosa temiamo di perdere?

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  5. Fortunatamente questo retaggio del padre distante dai problemi e le piccole gioie della famiglia sta scomparendo, perché abbiamo capito che c'è solo da guadagnare, ma è molto importante che questo percorso sia favorito dalle nostre compagne che devono trovare la forza di privarsi di un po' di responsabilità e di condividerla.

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    1. Certamente questo retaggio sta diminumendo (ma troppo lentamente, secondo me) e certamente anche le nostre compagne hanno un ruolo in tutto questo e devono sforzarsi non tanto di privarsi di un po' di responsabilità quanto di fidarsi un po' più di questi uomini-padri riconoscendo che la loro imperfezione è in buona fede e non lesiva del processo di cura-crescita-educazione del figlio.
      Così come anche la società e la legge dovrebbero riconoscere agli uomini un ruolo più attivo nel loro essere genitori. Non a caso nelle situazioni di conflitto di coppia l'affidamento dei figli avviene quasi sempre (a prescindere dall'età) alla madre.
      Ma i primi a doversi responsabilizzare e a dover rivendicare il proprio ruolo possono e devono essere proprio gli uomini, che devono spogliarsi delle proprie paure, porsi delle domande e impegnarsi, senza sfuggire al loro compito.

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  6. Grazie alla rete scopro sempre più papà attenti al loro ruolo genitoriale, che è unico e fondamentale. Un ruolo che noi mamme dovremmo sostenere e facilitare.
    A mio avviso, essere genitori è fare del nostro meglio per dotare i nostri figli di quel bagaglio che li aiuterà ad affrontare la vita; significa tenerli per mano e saper dare loro quell'autonomia di cui hanno bisogno.
    Mi sembra che in questo compito la figura di papà attenti e qualitativamente presenti sia fondamentale. Quindi, sono felice di poter leggere questi post che credo facciano bene e aiutino a riflettere!

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    1. Grazie Cristiana. Mi permetto solo di aggiungere - e mi piace pensare che tu sia d'accordo con me - che il ruolo paterno è fondamentale sin dai primi giorni di vita del bambino sia come supporto/sollievo alla madre (di suo completamente impegnata in questo compito) sia nella costruzione di una relazione con il cucciolo attraverso i gesti di cura e accudimento. Ricordo ancora oggi con un sorriso i patelli cambiati e i bagnetti. Vero e proprio strumento di condivisione e di relazione con la mia piccola.

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    2. Sono assolutamente d'accordo con te e vorrei ribadire la mia soddisfazione nello scoprire, attraverso la rete, che esistono molti papà che cercano di definire il proprio ruolo con così tanta convinzione. Spero davvero che, in futuro, non esistano più le rigidità che ci sono ancora oggi e che l'essere padre diventi un valore acquisito e sostenuto anche dalla società. Complimenti ancora!

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