Padri imperfetti, ma padri

Padre e figlio in completo relax (foto by Klaus Tiedge)

Ho conosciuto Alessandro Curti in rete, mi ha colpito l'affinità di pensiero e la non disponibilità a rinunciare al ruolo che la famiglia richiede ad uomo padre, ma oltre a questo ho voluto trattare questo tema per mezzo di un addetto ai lavori, infatti oltre ad essere marito e papà, ricopre il ruolo di educatore  Coordinatore presso "Il Filo di Arianna - Società Cooperativa Sociale"

Questa strana fissa sulla paternità mi è venuta un giorno di gennaio di sette anni fa.
Non ricordo che giorno della settimana fosse, se fosse soleggiato o nuvoloso, o che vestito indossassi. Ma rammento, come se fosse oggi, che tornai dal lavoro e la mia compagna mi consegnò un pacchettino.
"Strano" mi venne da pensare, perché lei non è certo una donna dai doni inaspettati. Ma un regalo è sempre gradito e così lo scartai.
Mi ritrovai davanti ad uno strano aggeggio bianco e rosa, simile ad un termometro elettronico, con due righette rosa parallele.
Mi sento un po' idiota ad ammetterlo, ma ci ho messo decisamente più di qualche secondo per capire.
Poi però ci sono arrivato e, con una scossa elettrica fino a terminazioni nervose che nemmeno sapevo di avere, ho realizzato che stavo diventando padre.
Chiariamo alcuni punti perché non sembri che la notizia mi abbia colto impreparato.
Intanto la stavamo cercando, anche se tutti gli amici con cui avevamo parlato raccontavano di lunghe attese e molteplici tentativi.
In secondo luogo, per professione, ho sempre rivestito un ruolo educativo maschile (in un mondo di cura e assistenza in cui la presenza femminile è in percentuali altissime) ed ero quindi abituato ad assumermi la responsabilità dell'educazione di altri.
Ma quando scopri che stai diventando padre... è come nei cartoni animati, quando il pianoforte cade dal centesimo piano e si schianta sulla testa del protagonista.
O almeno così è stato per me.
Da allora la mia privata è stata ribaltata come un calzino, ma mi sono reso conto che anche quella professionale è variata parecchio.
Non so se per caso o che altro, ma negli ultimi anni mi è capitato di lavorare con tanti padri e i loro figli.
Padri abbandonati, abbandonici, conflittuali, poveri di risorse, aggressivi, incattiviti, estremamente deboli, volenterosi, imbranati, impauriti...
O addirittura con padri invisibili, la cui assenza ha però un peso tale che sarebbe meglio fossero presenti.
Come la scoperta dell'acqua calda.
Vista la concomitanza delle due situazioni – quella privata e quella personale – ho cominciato a leggere, studiare, approfondire, indagare le diverse posizioni psicopedagogoche sul ruolo del padre e sull'evoluzione sociale di questo ruolo.
Tante sono state le definizioni che ho sentito affibbiare ai padri della nostra generazione, fino a quella che ritengo la peggiore (anche se per la società sembra essere un complimento) cioè "mammo".
Ma nel confronto con i padri reali che ho incontrato e con cui lavoro tutti i giorni un unico pensiero mi accompagna costantemente.
Io che tipo di padre sono?
Ecco perché parlo di "strana fissa sulla paternità".
Perché non mi sono soffermato su che tipo di padre vorrei essere, o sul rapporto con l'immagine (reale o fantastica) che su mio padre, o ancora su quello che gli altri si aspettano da me nel mio ruolo paterno.
Ho semplicemente scoperto che fare il padre è tutt'altro che semplice.
Non è solo adorare la propria bambina sopra ad ogni cosa.
Non è solo cercare di proteggerla dalle difficoltà del mondo perché ci sembra troppo piccola per affrontarle o tentare di spiegarle quali sono i valori della vita e quanto sia difficile rispettarli.
È vestirla correttamente al mattino prima di andare a scuola rispettando l'accostamento di colori come farebbe sua madre.
È cucinarle la cosa giusta e non quello che entrambi vorremmo mangiare, come farebbe sua madre.
È ricordarsi di metterle la crema idratante dopo il bagnetto, perché non è importante solo essere puliti, ma pensare anche alla morbidezza della pelle.
Come farebbe sua madre.
Ma fare il padre non significa essere un buon surrogato di madre.
Essere un padre significa essere un uomo che si occupa del proprio figlio.
Dimenticando che il giallo e il viola insieme non ci stanno, che wurstel e patate non sono un'alimentazione sana, che la crema idratante non è solo qualcosa che appiccica le mani.
La società (e forse anche le madri, le nostre compagne e mogli) ci vorrebbero come delle perfette copie delle donne che sanno - per istinto - proteggere, curare e crescere i propri cuccioli.
Ma per questo ci sono già le madri, non serviamo noi.
Sono bravissime in questo ruolo: perché dovrebbero anche solo pensare di forgiarci a loro immagine e somiglianza?
Noi siamo dei padri e dobbiamo fare i padri.
Rivendicando il nostro ruolo, le nostre peculiarità e le nostre debolezze, in modo che i nostri figli non risentano di una mancanza nella loro crescita e ci riconoscano proprio come padri.
Padri imperfetti, ma padri.
Sempre.

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