SCUOLA (S)CONNESSA

(immagine prelevata al seguente indirizzo http://sparkaction.org/content/reconnections-0)

In altri post ho affrontato il tema della digitalità, del rapporto che i giovanissimi e la scuola hanno con la tecnologia, ma questa volta ho preferito approfondire la questione, invitando una consulente pedagogica professionista, nonché Ibrida Digitale a scrivere un guest-post, buona lettura (Matteo Piselli)

il tema che mi ha proposto Ibrido Digitale mi fa venire subito una domanda:
da dove comincio??
Potrei cominciare dalla presenza delle tecnologie nelle scuole, dalle capacità di utilizzo di insegnanti e alunni, del costo che queste hanno, dei risparmi,...
Ma alla fine scarto tutte queste possibili piste per provare a capire cosa sta insegnando la scuola attorno alle tecnologie.
C'è una materia alle scuole secondarie di primo grado che una delle ultime riforme ha ridotto notevolmente: si chiamava e si chiama ancora Educazione Tecnica.
Non ha mai avuto molto spazio ed era relegata all'insegnamento di alcuni aspetti di funzione meccanica o di sperimentazione fisica (gli esperimenti), di misurazione e di valutazione.
Ecco, io più che ridurle avrei aumentato le ore e le avrei imposte anche alle scuole superiori di secondo grado (almeno almeno nel biennio, ma forse anche fino in quinta) perché la dimensione tecnologica dovrebbe avere uno spazio dedicato.
Nei vari gruppi e diversi social in cui mi confronto con colleghi consulenti pedagogici ed educatori, la dimensione del rischio e della latitanza di spazi di incontro in cui ragionare con i ragazzi attorno all'uso degli strumenti messi a disposizione dal web sta emergendo prepotentemente.
Abbiamo costatato inoltre, in particolare con il confronto con Monica Cristina MassolaSylvia Baldessari che l'incontro con i ragazzi è difficilissimo sui social. Dunque fare educazione all'uso delle tecnologie on line, è quanto meno molto molto faticoso e a parer mio poco incisivo sui ragazzi.
Sarebbe invece interessante provare a ricomprendere e a dare una mano al prossimo ministro dell'istruzione per mettere aggiornare la programmazione didattica di questa materia (e poi formare i professori...).
In alcuni casi, insegnanti rari e quasi illuminati, inseriscono un piccolo abc dell'uso di fb e delle immagini nelle classi quinte della scuola primaria (elementare). I cinque anni di scuola hanno creato un legame, i bambini parlano di cosa fanno e non fanno a casa, e un'insegnante mi raccontava che nell'ultimo ciclo scolastico (due anni fa aveva la quinta) ne ha sentito l'esigenza perché il numero di bambini che aveva il profilo fb era la quasi totalità della classe. La scuola non è una scuola d'élite, ma una “scuola di mondo”, frequentata per l'80% da bambini provenienti o da altri paesi o nati in Italia da genitori immigrati.
La questione dunque è urgente.

Trovare uno spazio dentro alla scuola che abbiamo già per parlare, approfondire, studiare, comprendere cosa accade in rete per imparare a crescere e star bene nel mondo che abbiamo già e nel mondo che ci si prospetta davanti, è il compito della scuola: imparo a scrivere, a leggere, a far di conto e a ragionare per comprendere cosa mi accade.

Ma se la dimensione digitale mi chiede altro, chi mi aiuta ad imparare a leggere con sguardo critico, a navigare sicuri, a scegliere, cliccare, postare, inserire e dire?

Sarebbe interessantissimo sapere poi, dopo un paio d'anni di lezione, cosa hanno imparato i professori dai loro alunni: credo infatti che la dimensione tecnologica chieda agli insegnanti di apprendere anche loro.
Questo, che è uno degli assunti della pedagogia moderna (in una relazione si insegna e si impara reciprocamente), la tecnologia lo svela.
La tecnologia infatti potrebbe dare una mano alla scuola a riprendere la propria funzione educativa più profonda rendendo protagonisti gli alunni e gli insegnanti di processi di apprendimento.
Oppure se non ci si vuole muovere in questa direzione, la tecnologia potrebbe dichiarare (e già i ragazzi lo fanno!) che la scuola è morta non perché (come dicono i ragazzi) è noiosa, ma perché gli insegnanti non si pongono in un atteggiamento di apprendimento.
Perché una differenza la tecnologia non cancella: chi è il professionista, pagato per insegnare, chi è l'adulto dentro la scuola è ben chiaro e la responsabilità dei cambiamenti non può che essere di chi i programmi li decide e li pratica.

(Non me ne vogliano, di queste generalizzazioni, i tanti insegnanti che invece se ne occupano!)

Nata a metà anni settanta nella provincia milanese, lotto perchè in prima elementare non volevo mettermi il grembiule nero: la mia insegnante mi da man forte e i miei grembiuli sono a quadretti colorati. Da allora, ma le cronache dicono anche da molto molto prima, sono attratta per le relazioni difficili e dalle sfide complesse: i bambini che non vogliono parlare e quelli che fanno un po' fatica a stare con gli altri sono i miei amici.
Costruisco relazioni, studio, inciampo, parto.
Al ritorno da un'esperienza di volontariato europeo torno all'ovile con una mail e con una traccia indelebile che mi porta a fare delle relazioni il mio lavoro.
Educatrice Professionale prima e Consulente Pedagogica poi lavoro prevalentemente con adolescenti, su progetti educativi nella scuola e sul territorio, faccio formazione.
Il web mi coinvolge con il passaggio al 2.0 dove trovo una possibilità di interazione e di costruzione di relazioni digitali. I ragazzi smanettano ed io con loro chiedendomi continuamente che ruolo noi adulti ci stiamo giocando e che cosa stiamo insegnando.

“L'educazione insegna soprattutto se stessa e lo fa attraverso i suoi gesti.”Igor Salomone

Note personali: sono mamma, mi infiammo velocemente e il dubbio é sempre con me.
il mio blog è E di Educazione

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