I nativi digitali tra favola e realtà



Roberto Casati, in bellissimo post sostiene che la teoria dei nativi digitali, sia solo una favola, costruita ad uso e consumo dei coloni digitali "per il loro vasto progetto di penetrazione tecnologica fine a se stessa". Ho chiesto a quattro amici di commentare il pensiero di Casati e di seguito potete trovare le loro opinioni. Ritengo comunque importante leggere l'articolo "incriminato".

Credo che l'articolo di Roberto Casati metta in risalto un aspetto che viene debellato normalmente da chi si siede da una parte o dall'altra rispetto al pensare che i ragazzi di oggi siano nativi digitali. Ovvero: se io adulto penso che i ragazzi siano dei nativi digitali, sto già dicendo (generalizzando, ovviamente) che ne sanno un sacco più di me, che non potrò mai capirli fino in fondo, che non posso farci niente di significativo, che non ci devo/posso neanche provare e così mi rassegno e mi chiudo in un "cosa posso farci?". Se invece penso che i ragazzi non siano nativi digitali, il rischio è che immagino che l'utilizzo sia residuale e/o poco importante in se. Insomma, il rischio che vedo nella diatriba è che si perda di vista cosa DEVE fare un adulto che è in relazione con i ragazzi (per ruolo naturale o professionale, genitore, insegnante o chicchessia): su cosa deve porre l'attenzione sia lui e su cosa deve mostrare le similitudini e le differenze: quella del corpo e della comunicazione non verbale (che ci dice tanto nelle relazioni "fisiche" e che non c'è nelle relazioni "digitali" se non per le dieci dita che battono sulla tastiera -seguendo i ragionamenti del post di +Roberta Zanella ), a mio avviso è l'aspetto che va maggiormente messo sotto i riflettori per poter mostrare ai ragazzi che c'è una differenza semplice ma profonda nelle due comunicazioni dove la comunicazione digitale è per questo più "delicata" e contemporaneamente "potente". non so se mi sono spiegata... altro aspetto: quest'estate ne parlavo con Michaela Matichecchia: in realtà i ragazzi che oggi hanno tra i 10 e i 20 anni non sono Nativi digitali ovvero: statisticamente è da una decina d'anni che la diffusione del computer è entrata in ogni casa in Italia. dunque al massimo, se fosse interessante mettere i bollini, i bambini che oggi hanno meno di dieci anni hanno (sempre mediamente) avuto un accesso e una presenza costante del computer nella propria crescita. Questo non semplifica perché i teens (quelli appunto che nel 2013 hanno tra i 10 e 20 anni) non sono nati con il web, ma hanno cominciato a smanettarvi da relativamente piccoli e dunque, loro, sono nella situazione di maggiore fragilità nel momento della vita in cui la costruzione della propria identità passa necessariamente attraverso le relazioni fisiche e digitali che siano. ciao,
Consulente Pedagogica presso cooperativa Milagro

Il punto di vista è molto interessante proprio perché focalizza l’attenzione, almeno la mia, sul concetto di rivoluzione digitale. Davvero siamo di fronte ad una rivoluzione o, semplicemente, sono mutati gli strumenti che utilizziamo per compiere le stesse azioni di sempre? Quando eravamo piccoli abbiamo preso in giro i nostri genitori per non saper usare il Commodore 64 e, essendo nati con i Lego, ci sentivamo pionieri della nostra rivoluzione tecnologica personale. Siamo cresciuti con i nostri computer e oggi ci dividiamo fra sostenitori di un brand piuttosto che un altro ma tutti, tutti, siamo consapevoli di star utilizzando strumenti dei quali non possiamo più fare a meno. I bambini, oggi, nascono in famiglie dove per sapere se piove non si guarda dalla finestra ma si apre “il meteo.it” quindi è ovvio che da subito si abituino a dover scorrere un dito su uno schermo tanto che alcuni lo fanno sullo schermo della televisione credendo di poter cambiare canale. Ma siamo sempre noi quei bambini. Chi non ha mai detto ai compagni che la scuola è noiosa? Adesso lo si scrive su un blog e pare quasi che, solo per il fatto di essere scritto lì, acquisti valore. E’ solo uno strumento ulteriore di trasmissione di un messaggio. Lo leggerà un numero maggiore di persone, certamente, e questa è la differenza. Magari qualche insegnante davvero non al passo con i tempi e i nuovi strumenti c’è davvero ma non credo che possa essere data loro la colpa se la scuola versa in condizioni quantomeno problematiche. Diamogli la possibilità di adeguarsi, i bambini hanno la freschezza per poterlo fare da soli. Confesso che mi piace vivere questi anni di grandi cambiamenti, mi piace essere “digitale”, utilizzare tutti gli strumenti tecnologici oggi a disposizione e rientro nella categoria fan di un brand in particolare. Utilizzo i social network per curiosità, passione e per il mio lavoro nel tursimo e ne sono sostenitrice a spada tratta ma come strumenti per continuare a comunicare con le persone come comunicavo prima con altri strumenti. La vera rivoluzione non è un bambino che sa usare un tablet, la vera rivoluzione è fare in modo che tutti i cittadini, anche i nonni, sappiano usare un tablet e questo li aiuti a migliorare la propria qualità della vita. Questa è la mia opinione e, come ti ho detto nel commento al post, dalle differenze di opinioni il dibattito trae sicuramente beneficio!
Hotel manager presso Hotel Universo Lucca

Le intelligenze e le competenze sono tante, e sì ci sono anche quelle digitali. I nativi digitali sono e saranno coloro che non hanno bisogno di chiedersi com'è stato possibile vivere 20 anni senza web. La scuola ha il compito e l'onere di occuparsi dell'allenamento dei giovani al pensiero plurale ed è naturale che maggiori siano gli strumenti messi a disposizione e maggiori saranno le opportunità. Vivere nel brodo digitale facilita la competenza a riflettere su un mondo accessibile a 360°, interconnesso, dove le parole d'ordine sono condivisione e co-costruzione. Un epocale sviluppo della conoscenza che supera l'arido atteggiamento competitivo fondato sull'interazione a somma zero. Perché non è la noia l'oggetto da combattere, anzi... nel vuoto quantico si generano le possibilità, i pensieri, i sogni e le favole, di cui tutti abbiamo bisogno. Quelle sono il motore dello sguardo divergente sul mondo e, forse, è inutile chiedersi di quali strumenti si sia nutrito.
Formatrice. Europrogettista. Coach d'impresa.


Nei giorni scorsi il buon Matteo Piselli (@IbridoDigitale) mi ha segnalato il post del Dottor Roberto Casati intitolato "La balla dei nativi digitali"; nel post (interessantissimo e ricco di spunti di riflessione) l'Autore introduce nel dibattito la figura dei "Coloni Digitali", dandone una definizione, in modo indiretto, sulla base della Mission che questi avrebbero: "fornire pezze d'appoggio alla penetrazione della tecnologia digitale in aree che per il momento ne sono libere, in primis la scuola". Il Professor Casati prosegue poi con descrizioni e riferimenti tali da far risultare, secondo il mio modesto parere, i cosiddetti Coloni Digitali come dei "fanatici tecnologici" che tacciano sistematicamente di staticità la Didattica, limitando le potenzialità dei Nativi Digitali («Qui ringhiano ancora di più, perché loro sì che lo sanno: la colpa sarebbe degli insegnanti, troppo vecchi, quindi refrattari alla 'trasformazione'»)

La versione breve del prosieguo di questo post è che “Gli estremisti, purtroppo, esistono in vari campi (Mondo Digitale compreso, ovviamente), ma la cosa più saggia da fare è ignorare costoro e collaborare per modellare un futuro migliore, anche attraverso le Tecnologie”.
Segue la versione lunga: La definizione stessa di "Nativi Digitali" (Rif.: Wikipedia «digital native is a person who was born during or after the general introduction of digital technologies and through interacting with digital technology from an early age, has a greater understanding of its concepts») viene, a mio avviso, travisata (o modellata ad hoc?): nel post si afferma che «i nativi digitali non esistono: non nel senso in cui si interpreta di solito questa ambigua descrizione, non nel senso molto preciso in cui si parla di madrelingua». Perché la definizione originaria è ambigua? Chi l'ha detto che di solito viene interpretata in modo diverso? In quali contesti? L'autore stesso della definizione (Marc Prensky [http://en.wikipedia.org/wiki/Marc_Prensky], che il Professor Casati definisce come «uno che produce videogiochi» e che in realtà ha più di una laurea, ha dedicato la propria vita a progetti di e-learning e produce sì videogiochi, ma in ambito didattico [http://www.marcprensky.com/about/Prensky-Resume.pdf] ), pubblicò già nel 2009 un articolo in cui dichiarava che, dato che i nati nell’epoca digitale sono ormai cresciuti, la distinzione da lui proposta fra digitali nativi e immigrati/coloni ha perso di significato.
“Although many have found the terms useful, as we move further into the 21st century when all will have grown up in the era of digital technology, the distinction between digital natives and digital immigrants will become less relevant.”
L'articolo termina poi con « La riflessione sulla scuola, sul suo ruolo nella societa', e soprattutto sul suo ruolo nella vita delle persone, merita di meglio».
Su quest'ultima frase sono assolutamente d'accordo: il dire che «i rari studi disponibili mostrano che gli incrementi dei risultati scolastici (una delle poche cose misurabili, non parliamo mica ancora dello sviluppo morale e intellettuale delle persone) laddove si usano le tecnologie a scuola hanno due tristissime caratteristiche: sono marginali, e sono correlati con le categorie socioeconomiche »rappresenta a mio avviso la punta di un iceberg in un contesto multidisciplinare dove le risposte non si troveranno sicuramente interpretando semplici definizioni, o evidenziando i pensieri degli "estremisti", né dall'oggi al domani, ma condividendo il proprio know how professionale e ragionando in modo propositivo in più campi: pedagogia, psicologia dell’insegnamento, psicologia dell’apprendimento, uso delle tecnologie in funzione dei processi di auto-organizzazione del medesimo, uso delle tecnologie per ridurre i costi in contesti di "distanze" geografiche, sociali ed economiche, tecnoetica... Alcune letture in merito potrebbero essere, per esempio:
L'Ibrido Digitale (o Colono, o Immigrato) non è il fazioso che vuole imporre il suo punto di vista per il proprio interesse: ha vissuto il periodo precedente alla massificazione delle tecnologie, sta vivendo il durante e, sulla base delle esperienze fatte, è colui che meglio percepisce le potenzialità delle medesime; dà quindi il suo contributo (teorico e, dove possibile, pratico) affinchè queste vengano utilizzate al meglio IN VARI CAMPI, TRA CUI quello dell'Istruzione.
Così come il Dottor Domenico De Masi ha elaborato il paradigma post-industriale (... «a partire dalla metà Novecento, l'azione congiunta del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione di massa ha prodotto un tipo nuovo di società centrata sulla produzione di informazioni, servizi, simboli, valori, estetica. Tutto ciò ha determinato nuovi assetti economici, nuove forme di lavoro e di tempo libero, nuovi valori, nuovi soggetti sociali e nuove forme di convivenza.»), il negare che oggi stiamo vivendo una vera e propria "Rivoluzione Digitale" è piuttosto limitante ed anacronistico: individuare assieme possibili nuove strade affinchè le nuove generazioni possano capire le nuove tecnologie e godere appieno delle possibilità da esse offerte non è parlare del sesso degli Angeli, ma buonsenso.
Programmatore, Web Developer e Manager, Social Media Lover & Manager

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