giovedì 31 gennaio 2013



Roberto Casati, in bellissimo post sostiene che la teoria dei nativi digitali, sia solo una favola, costruita ad uso e consumo dei coloni digitali "per il loro vasto progetto di penetrazione tecnologica fine a se stessa". Ho chiesto a quattro amici di commentare il pensiero di Casati e di seguito potete trovare le loro opinioni. Ritengo comunque importante leggere l'articolo "incriminato".

Credo che l'articolo di Roberto Casati metta in risalto un aspetto che viene debellato normalmente da chi si siede da una parte o dall'altra rispetto al pensare che i ragazzi di oggi siano nativi digitali. Ovvero: se io adulto penso che i ragazzi siano dei nativi digitali, sto già dicendo (generalizzando, ovviamente) che ne sanno un sacco più di me, che non potrò mai capirli fino in fondo, che non posso farci niente di significativo, che non ci devo/posso neanche provare e così mi rassegno e mi chiudo in un "cosa posso farci?". Se invece penso che i ragazzi non siano nativi digitali, il rischio è che immagino che l'utilizzo sia residuale e/o poco importante in se. Insomma, il rischio che vedo nella diatriba è che si perda di vista cosa DEVE fare un adulto che è in relazione con i ragazzi (per ruolo naturale o professionale, genitore, insegnante o chicchessia): su cosa deve porre l'attenzione sia lui e su cosa deve mostrare le similitudini e le differenze: quella del corpo e della comunicazione non verbale (che ci dice tanto nelle relazioni "fisiche" e che non c'è nelle relazioni "digitali" se non per le dieci dita che battono sulla tastiera -seguendo i ragionamenti del post di +Roberta Zanella ), a mio avviso è l'aspetto che va maggiormente messo sotto i riflettori per poter mostrare ai ragazzi che c'è una differenza semplice ma profonda nelle due comunicazioni dove la comunicazione digitale è per questo più "delicata" e contemporaneamente "potente". non so se mi sono spiegata... altro aspetto: quest'estate ne parlavo con Michaela Matichecchia: in realtà i ragazzi che oggi hanno tra i 10 e i 20 anni non sono Nativi digitali ovvero: statisticamente è da una decina d'anni che la diffusione del computer è entrata in ogni casa in Italia. dunque al massimo, se fosse interessante mettere i bollini, i bambini che oggi hanno meno di dieci anni hanno (sempre mediamente) avuto un accesso e una presenza costante del computer nella propria crescita. Questo non semplifica perché i teens (quelli appunto che nel 2013 hanno tra i 10 e 20 anni) non sono nati con il web, ma hanno cominciato a smanettarvi da relativamente piccoli e dunque, loro, sono nella situazione di maggiore fragilità nel momento della vita in cui la costruzione della propria identità passa necessariamente attraverso le relazioni fisiche e digitali che siano. ciao,
Consulente Pedagogica presso cooperativa Milagro

Il punto di vista è molto interessante proprio perché focalizza l’attenzione, almeno la mia, sul concetto di rivoluzione digitale. Davvero siamo di fronte ad una rivoluzione o, semplicemente, sono mutati gli strumenti che utilizziamo per compiere le stesse azioni di sempre? Quando eravamo piccoli abbiamo preso in giro i nostri genitori per non saper usare il Commodore 64 e, essendo nati con i Lego, ci sentivamo pionieri della nostra rivoluzione tecnologica personale. Siamo cresciuti con i nostri computer e oggi ci dividiamo fra sostenitori di un brand piuttosto che un altro ma tutti, tutti, siamo consapevoli di star utilizzando strumenti dei quali non possiamo più fare a meno. I bambini, oggi, nascono in famiglie dove per sapere se piove non si guarda dalla finestra ma si apre “il meteo.it” quindi è ovvio che da subito si abituino a dover scorrere un dito su uno schermo tanto che alcuni lo fanno sullo schermo della televisione credendo di poter cambiare canale. Ma siamo sempre noi quei bambini. Chi non ha mai detto ai compagni che la scuola è noiosa? Adesso lo si scrive su un blog e pare quasi che, solo per il fatto di essere scritto lì, acquisti valore. E’ solo uno strumento ulteriore di trasmissione di un messaggio. Lo leggerà un numero maggiore di persone, certamente, e questa è la differenza. Magari qualche insegnante davvero non al passo con i tempi e i nuovi strumenti c’è davvero ma non credo che possa essere data loro la colpa se la scuola versa in condizioni quantomeno problematiche. Diamogli la possibilità di adeguarsi, i bambini hanno la freschezza per poterlo fare da soli. Confesso che mi piace vivere questi anni di grandi cambiamenti, mi piace essere “digitale”, utilizzare tutti gli strumenti tecnologici oggi a disposizione e rientro nella categoria fan di un brand in particolare. Utilizzo i social network per curiosità, passione e per il mio lavoro nel tursimo e ne sono sostenitrice a spada tratta ma come strumenti per continuare a comunicare con le persone come comunicavo prima con altri strumenti. La vera rivoluzione non è un bambino che sa usare un tablet, la vera rivoluzione è fare in modo che tutti i cittadini, anche i nonni, sappiano usare un tablet e questo li aiuti a migliorare la propria qualità della vita. Questa è la mia opinione e, come ti ho detto nel commento al post, dalle differenze di opinioni il dibattito trae sicuramente beneficio!
Hotel manager presso Hotel Universo Lucca

Le intelligenze e le competenze sono tante, e sì ci sono anche quelle digitali. I nativi digitali sono e saranno coloro che non hanno bisogno di chiedersi com'è stato possibile vivere 20 anni senza web. La scuola ha il compito e l'onere di occuparsi dell'allenamento dei giovani al pensiero plurale ed è naturale che maggiori siano gli strumenti messi a disposizione e maggiori saranno le opportunità. Vivere nel brodo digitale facilita la competenza a riflettere su un mondo accessibile a 360°, interconnesso, dove le parole d'ordine sono condivisione e co-costruzione. Un epocale sviluppo della conoscenza che supera l'arido atteggiamento competitivo fondato sull'interazione a somma zero. Perché non è la noia l'oggetto da combattere, anzi... nel vuoto quantico si generano le possibilità, i pensieri, i sogni e le favole, di cui tutti abbiamo bisogno. Quelle sono il motore dello sguardo divergente sul mondo e, forse, è inutile chiedersi di quali strumenti si sia nutrito.
Formatrice. Europrogettista. Coach d'impresa.


Nei giorni scorsi il buon Matteo Piselli (@IbridoDigitale) mi ha segnalato il post del Dottor Roberto Casati intitolato "La balla dei nativi digitali"; nel post (interessantissimo e ricco di spunti di riflessione) l'Autore introduce nel dibattito la figura dei "Coloni Digitali", dandone una definizione, in modo indiretto, sulla base della Mission che questi avrebbero: "fornire pezze d'appoggio alla penetrazione della tecnologia digitale in aree che per il momento ne sono libere, in primis la scuola". Il Professor Casati prosegue poi con descrizioni e riferimenti tali da far risultare, secondo il mio modesto parere, i cosiddetti Coloni Digitali come dei "fanatici tecnologici" che tacciano sistematicamente di staticità la Didattica, limitando le potenzialità dei Nativi Digitali («Qui ringhiano ancora di più, perché loro sì che lo sanno: la colpa sarebbe degli insegnanti, troppo vecchi, quindi refrattari alla 'trasformazione'»)

La versione breve del prosieguo di questo post è che “Gli estremisti, purtroppo, esistono in vari campi (Mondo Digitale compreso, ovviamente), ma la cosa più saggia da fare è ignorare costoro e collaborare per modellare un futuro migliore, anche attraverso le Tecnologie”.
Segue la versione lunga: La definizione stessa di "Nativi Digitali" (Rif.: Wikipedia «digital native is a person who was born during or after the general introduction of digital technologies and through interacting with digital technology from an early age, has a greater understanding of its concepts») viene, a mio avviso, travisata (o modellata ad hoc?): nel post si afferma che «i nativi digitali non esistono: non nel senso in cui si interpreta di solito questa ambigua descrizione, non nel senso molto preciso in cui si parla di madrelingua». Perché la definizione originaria è ambigua? Chi l'ha detto che di solito viene interpretata in modo diverso? In quali contesti? L'autore stesso della definizione (Marc Prensky [http://en.wikipedia.org/wiki/Marc_Prensky], che il Professor Casati definisce come «uno che produce videogiochi» e che in realtà ha più di una laurea, ha dedicato la propria vita a progetti di e-learning e produce sì videogiochi, ma in ambito didattico [http://www.marcprensky.com/about/Prensky-Resume.pdf] ), pubblicò già nel 2009 un articolo in cui dichiarava che, dato che i nati nell’epoca digitale sono ormai cresciuti, la distinzione da lui proposta fra digitali nativi e immigrati/coloni ha perso di significato.
“Although many have found the terms useful, as we move further into the 21st century when all will have grown up in the era of digital technology, the distinction between digital natives and digital immigrants will become less relevant.”
L'articolo termina poi con « La riflessione sulla scuola, sul suo ruolo nella societa', e soprattutto sul suo ruolo nella vita delle persone, merita di meglio».
Su quest'ultima frase sono assolutamente d'accordo: il dire che «i rari studi disponibili mostrano che gli incrementi dei risultati scolastici (una delle poche cose misurabili, non parliamo mica ancora dello sviluppo morale e intellettuale delle persone) laddove si usano le tecnologie a scuola hanno due tristissime caratteristiche: sono marginali, e sono correlati con le categorie socioeconomiche »rappresenta a mio avviso la punta di un iceberg in un contesto multidisciplinare dove le risposte non si troveranno sicuramente interpretando semplici definizioni, o evidenziando i pensieri degli "estremisti", né dall'oggi al domani, ma condividendo il proprio know how professionale e ragionando in modo propositivo in più campi: pedagogia, psicologia dell’insegnamento, psicologia dell’apprendimento, uso delle tecnologie in funzione dei processi di auto-organizzazione del medesimo, uso delle tecnologie per ridurre i costi in contesti di "distanze" geografiche, sociali ed economiche, tecnoetica... Alcune letture in merito potrebbero essere, per esempio:
L'Ibrido Digitale (o Colono, o Immigrato) non è il fazioso che vuole imporre il suo punto di vista per il proprio interesse: ha vissuto il periodo precedente alla massificazione delle tecnologie, sta vivendo il durante e, sulla base delle esperienze fatte, è colui che meglio percepisce le potenzialità delle medesime; dà quindi il suo contributo (teorico e, dove possibile, pratico) affinchè queste vengano utilizzate al meglio IN VARI CAMPI, TRA CUI quello dell'Istruzione.
Così come il Dottor Domenico De Masi ha elaborato il paradigma post-industriale (... «a partire dalla metà Novecento, l'azione congiunta del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione di massa ha prodotto un tipo nuovo di società centrata sulla produzione di informazioni, servizi, simboli, valori, estetica. Tutto ciò ha determinato nuovi assetti economici, nuove forme di lavoro e di tempo libero, nuovi valori, nuovi soggetti sociali e nuove forme di convivenza.»), il negare che oggi stiamo vivendo una vera e propria "Rivoluzione Digitale" è piuttosto limitante ed anacronistico: individuare assieme possibili nuove strade affinchè le nuove generazioni possano capire le nuove tecnologie e godere appieno delle possibilità da esse offerte non è parlare del sesso degli Angeli, ma buonsenso.
Programmatore, Web Developer e Manager, Social Media Lover & Manager

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venerdì 25 gennaio 2013

(immagine prelevata al seguente indirizzo http://sparkaction.org/content/reconnections-0)

In altri post ho affrontato il tema della digitalità, del rapporto che i giovanissimi e la scuola hanno con la tecnologia, ma questa volta ho preferito approfondire la questione, invitando una consulente pedagogica professionista, nonché Ibrida Digitale a scrivere un guest-post, buona lettura (Matteo Piselli)

il tema che mi ha proposto Ibrido Digitale mi fa venire subito una domanda:
da dove comincio??
Potrei cominciare dalla presenza delle tecnologie nelle scuole, dalle capacità di utilizzo di insegnanti e alunni, del costo che queste hanno, dei risparmi,...
Ma alla fine scarto tutte queste possibili piste per provare a capire cosa sta insegnando la scuola attorno alle tecnologie.
C'è una materia alle scuole secondarie di primo grado che una delle ultime riforme ha ridotto notevolmente: si chiamava e si chiama ancora Educazione Tecnica.
Non ha mai avuto molto spazio ed era relegata all'insegnamento di alcuni aspetti di funzione meccanica o di sperimentazione fisica (gli esperimenti), di misurazione e di valutazione.
Ecco, io più che ridurle avrei aumentato le ore e le avrei imposte anche alle scuole superiori di secondo grado (almeno almeno nel biennio, ma forse anche fino in quinta) perché la dimensione tecnologica dovrebbe avere uno spazio dedicato.
Nei vari gruppi e diversi social in cui mi confronto con colleghi consulenti pedagogici ed educatori, la dimensione del rischio e della latitanza di spazi di incontro in cui ragionare con i ragazzi attorno all'uso degli strumenti messi a disposizione dal web sta emergendo prepotentemente.
Abbiamo costatato inoltre, in particolare con il confronto con Monica Cristina MassolaSylvia Baldessari che l'incontro con i ragazzi è difficilissimo sui social. Dunque fare educazione all'uso delle tecnologie on line, è quanto meno molto molto faticoso e a parer mio poco incisivo sui ragazzi.
Sarebbe invece interessante provare a ricomprendere e a dare una mano al prossimo ministro dell'istruzione per mettere aggiornare la programmazione didattica di questa materia (e poi formare i professori...).
In alcuni casi, insegnanti rari e quasi illuminati, inseriscono un piccolo abc dell'uso di fb e delle immagini nelle classi quinte della scuola primaria (elementare). I cinque anni di scuola hanno creato un legame, i bambini parlano di cosa fanno e non fanno a casa, e un'insegnante mi raccontava che nell'ultimo ciclo scolastico (due anni fa aveva la quinta) ne ha sentito l'esigenza perché il numero di bambini che aveva il profilo fb era la quasi totalità della classe. La scuola non è una scuola d'élite, ma una “scuola di mondo”, frequentata per l'80% da bambini provenienti o da altri paesi o nati in Italia da genitori immigrati.
La questione dunque è urgente.

Trovare uno spazio dentro alla scuola che abbiamo già per parlare, approfondire, studiare, comprendere cosa accade in rete per imparare a crescere e star bene nel mondo che abbiamo già e nel mondo che ci si prospetta davanti, è il compito della scuola: imparo a scrivere, a leggere, a far di conto e a ragionare per comprendere cosa mi accade.

Ma se la dimensione digitale mi chiede altro, chi mi aiuta ad imparare a leggere con sguardo critico, a navigare sicuri, a scegliere, cliccare, postare, inserire e dire?

Sarebbe interessantissimo sapere poi, dopo un paio d'anni di lezione, cosa hanno imparato i professori dai loro alunni: credo infatti che la dimensione tecnologica chieda agli insegnanti di apprendere anche loro.
Questo, che è uno degli assunti della pedagogia moderna (in una relazione si insegna e si impara reciprocamente), la tecnologia lo svela.
La tecnologia infatti potrebbe dare una mano alla scuola a riprendere la propria funzione educativa più profonda rendendo protagonisti gli alunni e gli insegnanti di processi di apprendimento.
Oppure se non ci si vuole muovere in questa direzione, la tecnologia potrebbe dichiarare (e già i ragazzi lo fanno!) che la scuola è morta non perché (come dicono i ragazzi) è noiosa, ma perché gli insegnanti non si pongono in un atteggiamento di apprendimento.
Perché una differenza la tecnologia non cancella: chi è il professionista, pagato per insegnare, chi è l'adulto dentro la scuola è ben chiaro e la responsabilità dei cambiamenti non può che essere di chi i programmi li decide e li pratica.

(Non me ne vogliano, di queste generalizzazioni, i tanti insegnanti che invece se ne occupano!)

Nata a metà anni settanta nella provincia milanese, lotto perchè in prima elementare non volevo mettermi il grembiule nero: la mia insegnante mi da man forte e i miei grembiuli sono a quadretti colorati. Da allora, ma le cronache dicono anche da molto molto prima, sono attratta per le relazioni difficili e dalle sfide complesse: i bambini che non vogliono parlare e quelli che fanno un po' fatica a stare con gli altri sono i miei amici.
Costruisco relazioni, studio, inciampo, parto.
Al ritorno da un'esperienza di volontariato europeo torno all'ovile con una mail e con una traccia indelebile che mi porta a fare delle relazioni il mio lavoro.
Educatrice Professionale prima e Consulente Pedagogica poi lavoro prevalentemente con adolescenti, su progetti educativi nella scuola e sul territorio, faccio formazione.
Il web mi coinvolge con il passaggio al 2.0 dove trovo una possibilità di interazione e di costruzione di relazioni digitali. I ragazzi smanettano ed io con loro chiedendomi continuamente che ruolo noi adulti ci stiamo giocando e che cosa stiamo insegnando.

“L'educazione insegna soprattutto se stessa e lo fa attraverso i suoi gesti.”Igor Salomone

Note personali: sono mamma, mi infiammo velocemente e il dubbio é sempre con me.
il mio blog è E di Educazione

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giovedì 10 gennaio 2013


A parte Facebook, che comunque non amo molto, frequento i social network da soli sei mesi,  l'ho fatto con impegno ed entusiasmo cercando di imparare dai e dalle migliori, col tempo ho compreso che la mia identità digitale è legata indissolubilmente alla qualità della mia presenza sui Social. All'inizio ho provato a seguirli tutti con la stessa intensità, ma poi ho capito che non si può essere dappertutto e bisogna scegliere: Pinterest il più inesplorato e apparentemente meno serio di tutti è quello che mi ha dato più soddisfazioni; proprio qualche giorno fa, si è concluso il contest #ShareYourChristmasTree, che avevo creato con lo scopo di conoscere un po' meglio i miei social friends, condividendo insieme una parte personale delle nostre vite; in parte ciò è successo, ma la cosa che più mi ha sorpreso è che in poco più di 20 giorni, ho guadagnato più di 200 followers diretti. Per diretti, intendo utenti che seguono per primi e non come risposta a precedente follow, in altre parole i 275 followers della board sono arrivati da soli, visitando profili che a loro volta avevano aderito al contest. Mi voglio spiegare meglio:
Accettare l'invito a popolare ed interagire in una board condivisa, permette a tutti gli utenti che ne fanno parte di accedere molto facilmente al nostro profilo, poiché la board comparirà nel nostro spazio, esattamente a fianco di quelle classiche create da noi, con la differenza che aprirà di fatto l'accesso al nostro profilo a tutti gli altri invitati. Conoscevo questa dinamica, ma non ne avevo compreso l'impatto, così ogni giorno mi sono arrivati 10 followers nuovi da tutto il mondo, alcuni hanno anche partecipato attivamente, caricando le proprie immagini, sto parlando di americani, tedeschi, olandesi, indiani e via dicendo. Ora il contest è finito e complessivamente ho circa 400 followers su Pinterest, e adesso?

La maggior parte sono stranieri, dei paesi menzionati, 147 sono Italiani, comprensivi di social friends e di una manciata di amici per così dire, classici. Gli stranieri sono arrivati tutti insieme, tutti in occasione del contest, quindi mi sembra lecito attribuirgliene il merito. Vorrei approfondire i dati, ma farlo manualmente risulta impegnativo, inoltre i dati sono mutevoli ed è difficile monitorare i cambiamenti, ho provato alcuni tools, per analizzare a fondo le provenienze, le influenze e tutta una serie di statistiche, che se per gli altri social media sono ormai facili da reperire, nel caso di Pinterest, latitano parecchio. Vorrei trovare un modo creativo per utilizzare, mantenere e se possibile incrementare questo patrimonio di followers, che ripeto: mi ha cercato per primo, è un aspetto determinante, se mi mettessi a seguire in massa 5000 persone, probabilmente riuscirei ad ottenere lo stesso risultato numerico o forse anche di più, ma non sarebbe lo stesso.

Ho sempre saputo che in giro, intorno a me, c'è molta gente preparata e pronta ad aiutarmi, i social media l'hanno reso possibile, l'abbiamo visto con Co-winning che l'unione organizzata fa la forza.
A questo punto mi aspetto aiuto dalla mia rete, per capire come meglio proseguire quest'avventura e magari per aiutare a mia volta qualcuno che ritiene positivi i miei risultati. Certo potrei inaugurare #ShareYourPet, farei il botto, ma mi sono stufato, voglio provare qualcosa di nuovo, che abbia nella qualità dei contenuti l'aspetto attrattivo, una collezione infinita di cuccioli è meglio cercarla altrove.

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