lunedì 19 agosto 2013

La rete di Facebook è un Social Network, la rete di Google+ è molto di più

Un giorno, mi stavo confrontando su G+ con le mie due colleghe Cowinners, +Michaela Matichecchia e +Cristina Rigutto,  quest'ultima, ad un certo punto della conversazione ha introdotto un nuovo concetto per spiegarne la natura ed il funzionamento. La sua spiegazione è stata così interessante che non ho potuto fare a meno di chiederle di scrivere un guest post sull'argomento.

Un Social Network è un luogo virtuale, una destinazione, dove noi andiamo per interagire con persone che conosciamo, indipendentemente dall'affinità di interessi comuni.
È un po’ come andare ad una festa tra amici. Chiacchieriamo, ci aggiorniamo sulle nostre vicende personali, parliamo di temi di attualità con gli amici, facciamo vedere le foto dei figli o dei nipotini salvate sul cellulare, ci scambiamo complimenti (mi piace) e suggerimenti (links).
Qualcuno dei nostri amici porta alla festa la nuova fidanzata, o un amico, e le nostre conversazioni si estendono agli amici degli amici. 
Nei Social Network, Facebook è l’esempio più noto, ciò che ci lega è l’ amicizia, diamo e chiediamo l’amicizia. 

Al contrario di Facebook, Google plus non è una destinazione, non ci dice come Facebook, dove le persone si connettono, ma ci dice piuttosto come si connettono tra loro. 
Google Plus è, infatti, un Interest Network, ovvero una rete di servizi aggregabili e funzionali ai singoli utenti, che ne definiscono l’identità in rete e gli permettono di seguire conversazioni su quelli che sono i suoi specifici interessi, senza necessariamente conoscere le persone, o scambiarsi reciprocamente i contatti. 
È un po’ come partecipare a un convegno di settore. Per iscriverci, prenotare il viaggio e l’alloggio, vedere la location, consultare il programma, usiamo una serie di servizi collegati al server del convegno.
Il convegno, al pari di una community G+, sarà più stimolante se di rilevanza internazionale, con molte sessioni, e ovviamente se tratta temi che ci interessano particolarmente. Quasi sempre non conosciamo gli altri relatori, salvo qualcuno di cui abbiamo sentito il nome. 
Così come accade per le community, ci iscriviamo al convegno motivati dal desiderio di confrontarci con altri professionisti del settore sia per acquisire nuove conoscenze, che per apportare la nostra esperienza. Teniamo quindi la nostra conferenza e, quando arriviamo all’ultima slide, ci accorgiamo che qualcuno ha preso nota del nostro nome (ci ha aggiunto alle sue cerchie). 
Arriva il momento delle domande, ci sarà tra il pubblico (membri della community) chi chiede chiarimenti o informazioni su un aspetto che non conosce, e chi invece apporta valore condividendo la propria esperienza. Quello che assolutamente non ci aspettiamo in questo contesto è che qualcuno intervenga a sproposito per segnalare notizie vecchie o poco pertinenti (link a notizie senza fonte accertata) o per ripetere esattamente quello che è appena stato detto da qualcun altro (ricondivisione di post). 
Terminata la sessione, usciamo dalla sala, alcune persone si accodano a noi e continuiamo la conversazione. Uno dei nostri interlocutori ci offre un punto di vista interessante, che non avevamo preso in considerazione sinora, siamo colpiti e gli chiediamo il bigliettino da visita (l’abbiamo aggiunto alla nostra cerchia “persone da seguire”). 
Ci avviamo al tavolo del rinfresco, e le conversazioni cambiano, la società informazionale si fa sociale e nelle conversazioni entrano racconti di aneddoti, commenti sul tempo, discorsi di attualità, abbiamo lasciato la community e stiamo interagendo nello stream pubblico e con le nostre cerchie di amici.

In pratica se su Facebook l'abitudine consolidata è quella di socializzare solo con le persone che ci interessano indipendentemente dalle conversazioni che avviano, su Google Plus la tendenza è quella di conversare solo di ciò che ci interessa (che si tratti di fisica quantistica, o di come si fa la birra in casa) indipendentemente da chi sono i nostri interlocutori.

Per saperne di più: "Google plus interest graph"

venerdì 19 luglio 2013

I biglietti per il concerto di Ligabue all'Arena di Verona si trovano online

Luciano Ligabue
Ricordo chiaramente l'estate del 1990 quando VideoMusic trasmetteva ad ogni ora del giorno e della notte un pezzo Rock semplice e coinvolgente, nel video un giovane dai lunghi capelli neri mossi dal vento lanciava un messaggio positivo e non impegnato, il brano era Balliamo sul Mondo e l'artista Luciano Ligabue.
Sono passati oltre venti anni, VideoMusic ha lasciato posto a MTV, i Social Media e la tecnologia hanno completamente stravolto la promozione musicale fino ad allora affidata esclusivamente a radio e TV, una nuova generazione di fans ha iniziato a seguire l'artista e a ripercorrerne la carriera.

Nonostante la rivoluzione tecnologica e di costume, il metodo migliore per comprendere l'essenza di un'artista rimane a tutt'oggi l'esperienza live e Ligabue non tradisce le attese e propone le sue date alla mitica Arena di Verona.

Luciano conosce il suo pubblico e sa adattare perfettamente il proprio messaggio al cambiare dei mezzi di comunicazione, così dopo aver scatenato i rumors mediatici per aver tagliato a zero i suoi lunghi capelli, ha pubblicato attraverso i principali Social Media la playlist del suo prossimo album ed ha letteralmente sbancato nelle vendite tutte le quattro date all'Arena di Verona, dal 16 al 20 settembre, tanto che a furor di popolo ne sono state aggiunte altre due il 22 e 23 settembre.

Viviamo in anni iperconnessi, il rapporto tra i fan e il Liga si è molto evoluto, la sua è una delle pagine di facebook più seguite e più amate, ma sono rimasto piacevolmente sorpreso quando una mia amica mi ha chiesto aiuto per trovare i biglietti per il concerto di Ligabue, segno che assistere al concerto rimane l'obiettivo principale per i fans.

Tuttavia non è sempre facile trovare i biglietti per seguire il proprio artista, infatti quando le ho suggerito: "trova i tuoi biglietti su Ticketbis" è stata felice di seguire il mio consiglio ed entusiasta di aver trovato subito ciò che cercava.

Poter seguire il proprio idolo musicale nella cornice suggestiva dell'Arena di Verona, accompagnato dall'orchestra e dalla sua band è quanto ogni amante della musica desidera, utilizzare il web per raggiungere questo risultato è certamente la via maestra.

lunedì 8 luglio 2013

Facebook è il Social Media più diffuso, ma forse non è obbligatorio esserci!


Non amo Facebooknon l'ho mai amato, ma la mia presenza online, per ora non può prescinderne, non ne amo l'apparente semplicità, lo si può usare facilmente, rendendolo di fatto accessibile a chiunque, ma rendendo difficilissimo gestire la coerenza tematica del flusso d'informazioni.
Inizialmente, cercai di traghettarci i miei followers preferiti da Twitter, per utilizzare un ambiente più amichevole con le persone più stimolanti, ma non è bastato. Quelle stesse persone hanno comportamento ed atteggiamento molto diversi, in ciascuno dei due SocialMedia e non solo per ragioni di metrica differente. Per come è strutturato, grazie all'Edge Rank, viene premiata l'interazione che aumenta di molto la visibilità dei post, che però è facile da ottenere con poco sforzo e molto spettacolo.
L'estremizzazione di questo concetto porta le persone a pubblicare contenuti di sicuro effetto visivo, ma di scarso valore, fino ad arrivare a manifestazioni di dubbio gusto, spesso mascherate da un concetto pericolosissimo: provocazione!
In occasione delle ultime elezioni, ho visto diversi soggetti scrivere: "se hai votato per questo o quello, toglimi dagli amici". Mi domando: Dov'è finita la libertà di pensiero? E soprattutto: direbbero la stessa cosa a voce alta al proprio gruppo d'amici?
Ho cercato di darmi delle risposte, ma non ho ottenuto granché, così in un giorno di particolare sconforto ne ho parlato su twitter. Quattro amici hanno risposto al mio appello, ma ho ritenuto più corretto invitarli ad argomentare in un post condiviso, buona lettura.

Maledizione Facebook

La mia esperienza su Facebook è iniziata a fine 2008, per pura curiosità, e è finita a maggio quest'anno, per puro fastidio.

Mi sono chiesto più volte per quale motivo la gente perda tempo su Facebook e la risposta era già contenuta nella domanda: per perdere tempo. Vorrei quindi tracciare un profilo di quello che forse è il più famoso dei social media, secondo il mio punto di vista.
    Su Facebook manca democrazia: non c'è rispetto per le idee altrui. Non puoi condividere ciò che altri non apprezzano, altrimenti sei criticato aspramente. Ho visto parecchi miei contatti scrivere nella loro bacheca “Se hai votato per Tizio, allora toglimi dagli amici”. Ma cosa significa? Non è forse libero il voto in Italia? Non c'è forse libertà di pensiero? Non è forse questa la stessa gente che scende in piazza per difendere la libertà?
    Facebook è una bolgia di contenuti: ma nessuno di qualità. Non ho mai imparato nulla su Facebook, a differenza invece di Twitter. La maggior parte delle condivisioni riguarda le solite bufale, le solite volgarità, i giochi e tutte quelle idiozie che ho classificato come “roba da Facebook”, perché davvero non trovo altra classificazione.
    Su Facebook c'è poca interazione: e parlo dell'interazione che genera discussioni che fanno riflettere, non il botta e risposta scherzoso sull'ultima scemenza pubblicata.
    Facebook è il social medium dello svago: non ho visto altro in tutti questi anni. La gente sta lì per tutto fuorché per fare social networking. E work significa lavoro, non svago.
    Facebook è l'anti-realtà: se non ci sei, allora non esisti. E l'ho provato sulla mia pelle. Gente che mi chiede che fine ho fatto perché non mi vede più su Facebook. Ma io sono qui, dove sono sempre stato.
    Su Facebook nessuno legge: se condividi un post, gli utenti si fermano al titolo e cliccano su Mi piace. Ma questo avviene anche su Google+. Ho però l'impressione che su Facebook il tasto Mi piace e quello della condivisione siano molto amati, ma senza discernimento.
Consiglierei a un'azienda di creare una fan page su Facebook? Non lo so. Dipende dall'azienda. Non credo che ogni professione e ogni impresa possa trovare in Facebook un canale per migliorare la sua presenza online.

Quello che ho imparato è che su Facebook a nessuno o quasi interessi l'aspetto lavorativo, professionale, formativo anche, ma solo quello ludico e goliardico.

Non sento la mancanza di Facebook. Non ha lasciato alcun segno. È stata solo una parentesi irreale ora svanita.

+Francesca Taioli
Io e Facebook

Mi definisco spesso "novella social addicted" perché fino a pochi mesi fa non utilizzavo nessuno dei social media di cui oggi sono così ingenuamente innamorata.
Avevo resistito strenuamente alla prima ondata connessa all'avvento di Facebook, quando tutti i miei amici si entusiasmavano nel cercare vecchi compagni di scuola, continuando a ripetere che se volevo contattare qualcuno potevo fare una telefonata o inviare un sms, visto che nella mia (storica) rubrica del cellulare c'erano tutti, bastava pigiare un tasto o tutt'al più inviare una mail.
Poi è nato mio figlio e ho conosciuto il mondo della blogosfera, dopo poco è "nato" anche il mio blog e... sulla mia strada ho incrociato Twitter. È stato amore al primo cinguettio.
L'immediatezza di Twitter mi ha conquistata, io che sono una logorroica sono riuscita a "contenermi" in 140 caratteri e piano piano la mia diffidenza verso i social è svanita al punto da approdare su Instagram, che mi ha fatto riscoprire la bellezza delle storie raccontate per immagini, arrivando infine a Facebook.
Con il re dei social media però non è scattata quella affinità elettiva che è nata invece con gli altri.
A dire il vero non so quale sia la ragione esatta, penso che si riassuma in una frase: la creatura di Zuckerberg io la capisco poco.
Sicuramente è un mio limite, non fraintendetemi, ma sebbene mi stia sforzando di "avvicinarmi" al mondo "blu" sento che qualcosa non va.
Forse perché Facebook, essendo più popolare e diffuso, è più incline al mondo "urlato" e "sopra le righe" che non amo e non mi appartiene. Forse perché, per come sono fatta io, lo trovo semplicemente troppo totalizzante e più dispersivo. Non saprei dire la ragione esatta, ma se ho qualche minuto libero il mio sguardo cade subito sulle immagini di Instagram e le mie dita compongono un cinguettio, raramente si precipitano a scrivere un nuovo post sul mio "stato".
Eppure, pur nella mia "social ignoranza" percepisco le grandi potenzialità di questo strumento: con il blog sono nate molte amicizie virtuali e Facebook, con la sua chat e tutto il resto, dà davvero la possibilità di coltivarle e farle crescere, per non parlare dei gruppi dove persone con interessi affini si "incontrano" per conoscersi e confrontarsi on-line.
Ma io nonostante tutto rimango sempre un po' sulla porta e aspetto, cercando di capire meglio.
O forse, inconsciamente, sto solo attendendo la scintilla, quel colpo di fulmine che mi farà, spero, un giorno, innamorare anche di Facebook.
post scriptum
Queste righe nascono, guarda caso, da un cinguettio incrociato con +Matteo Piselli ed altri; come al solito non ho saputo resistere al fascino di Twitter ed allora eccomi qui, a sforare i 140 caratteri per continuare il discorso!;)

Facebook e l'integrazione forzata

Partendo da un semplice concetto di piazza sociale, comune per tutti i Social Network, si può considerare che esistono ambienti più gradevoli di altri. Un ambiente è però gradevole se non ha forzature ma, al contrario, lo si vive in maniera naturale. Su Facebook, così non è.
 Trovo anche ingiusto chiedere: “in che modo si può, su Facebook e con un contenuto di valore, avere successo?” Per il semplice fatto che il sistema rigetta, per logica di struttura, ogni aggiornamento di quel tipo a favore di una spettacolarizzazione, il più delle volte banale.
Poi, oltre a considerare un banale valore numerico basato sulle interazioni, che ne invalida totalmente la resa qualitativa dell’home feed, è purtroppo popolato da persone il cui egocentrismo gli impone ogni tipo di tentativo per emergere, e per quanto possiamo lamentarci di questo, la stragrande maggioranza delle volte, funziona.
Quando iniziai a notare il fenomeno scrissi subito in post, L’Anticonformista dei Social Network, pensando appunto a tutti coloro che, forti della comprensione di tale meccanismo, sviluppano pensieri pretestuosi nel poco nobile intento di ottenere più interazione.
L’unica cosa positiva che c’è da considerare è che molto probabilmente tali persone sono costruite (per eccesso) su un modello espresso poi solo nei Social. Che restino chiusi lì insomma... nella vita reale è già fin troppo caotico e strano il comportamento di troppi... :)

Libertà di pensiero e di parola su Facebook

Facebook è una sorta di diario personale dove poter scrivere ogni proprio pensiero, riflessione e commento per rappresentare noi stessi a tutti.
Se è cosi, allora, mi sentirò libero di pubblicare quello che voglio e come voglio, spinto anche dalla consapevolezza che, seppur in esposizione, non lo siamo mai totalmente perché nascosti dietro ad uno schermo.
Insomma, anche perchè protetti molto dall'anonimato (sia la foto profilo che il nik name potrebbero essere fittizi) possiamo permetterci di divulgare frasi o esclamazioni che magari in pubblico, per timore di una qualche repentina reazione, non oseremo mai dire.
E fin qua tutto bene, direi, perché il diario è sempre stato un luogo di raccolta di pensieri, individuale e personalissimo.
Il problema nasce con l'opzione "commenta" che permette a chiunque (soprattutto se il profilo è pubblico) di leggere ed intervenire nel dibattito fatto emergere.
L'interazione, dunque, diviene punto cardine del nostro ragionamento soprattutto in questi ultimi mesi che hanno vista un'Italia ma anche mezzo mondo in fermento, in balia di eventi che i vari media hanno trattato ed argomentato a lungo.
Ed eccoci all'esplosione di commenti e post con le varie opinioni, filosofie e pensieri: il più delle volte lapidari, crudi, quasi sentenze giungendo addirittura a degli anatemi per tutti i contatti contrari o di opinione diversa alla propria.
Gente che litiga, insulta, minaccia nel nome di una libertà di parola (la propria) e al tempo stesso la negazione di un'altra libertà, quella della parola (altrui) sottoforma di risposta, dialogo e scambio di opinioni.
Abbiamo visto defezioni anche importanti dai Social (come dimenticare il caso "Mentana") di persone che lamentavano una certa sofferenza nel non riuscire a comunicare attraverso la rete e della mancata educazione nel relazionarsi con gli altri anche sul web.
Addirittura in Parlamento si è giunti a discutere se disciplinare o meno attraverso l'uso della Legge il comportamento dei singoli cittadini su internet.
Personalmente io vedo ogni diario o bacheca Facebook come una sorta di magione dove il padrone espone la propria personalità.
Quindi come in ogni visita di cortesia che concediamo agli amici, dovremo essere consapevoli del fatto che non sempre tutto ciò che vedremo sarà di nostro gusto.
A noi l'intelligenza di far notare o meno la cosa, ricordando dove siamo e con chi siamo. A chi ci ospita la giusta ironia nel saper talvolta "incassare" le battute da parte degli amici anche su ciò che più lo rappresenta con la consapevolezza che un'amicizia vale molto più di un colore politico o di qualsiasi effimera opinione scritta a caldo su una schermata.
Non è una questione di normative o leggi ma di buon senso nel sapere stare assieme agli altri, di educazione, rispetto e di rammentare, nel caso ci trovassimo davanti ad un muro che "Internet è per tutti ma non tutti sono per internet" come digita Massimo Melica dal suo blog "Sotto Un Cielo Di Bit" e che se proprio non ce lo ricordiamo più, fuori, c'è davvero un cielo reale, una volta celeste, nella quale perdersi...

venerdì 7 giugno 2013

Meganoidi Live

Il gruppo ha scelto il crowdfunding per raccontare 15 anni di Musica

La prima volta che ho ascoltato questo gruppo genovese l'ho fatto attraverso il loro video di presentazione omonimo del 2000, dove la frase iniziale recitava: Noi Meganoidi siamo quelli che non vincono mai le battaglie contro Daitarn 3. In realtà nel mio caso la precisazione è stata superflua, avendo visto decine di puntate del cartone in questione, ma da un punto di vista musicale ho subito notato la somiglianza, certamente voluta, con i Madness, gruppo ska inglese dei primi anni 80, dei quali riprendono anche le divertenti movenze spezzate.

Dopo l'enorme successo del loro primo album, la band decide di iniziare a lavorare al secondo, nello studio “Green Fog Records” fondato da loro, qui prende forma "Outside The Loop Stupendo Sensation": l'esperienza live si fa sentire e i Meganoidi cominciano a scrivere brani sempre più impegnati. L'autoproduzione e l'indipendenza musicale ha sempre caratterizzato il gruppo e i fatti di Genova del G8 sono complici del loro cambiamento di rotta. Il lor Ep. "And Then We Met" stravolge completamente le linee del secondo, avvicinandosi molto allo stile dei Pink Floyd. Le sonorità del gruppo si fanno via via più complesse ed esplorative. Nel 2006 esce "Granvanoeli" sempre autoprodotto, 10 canzoni complesse che dimostrano la ricerca e la sperimentazione in casa Meganoidi.

Il gruppo scrive sempre di più in italiano e alle radici ska si aggiungono suoni potenti e rock, che creano strutture più complesse e mature. Il loro quarto album si chiama “Al Posto Del Fuoco”ed è interamente in italiano: un album granitico che ci porta direttamente a "Welcome to Disagio" del 2012, l'album della maturità per le sue linee complesse: la grande comunicativa del gruppo esce prepotente in ogni brano, pieno di riff, che colpisce al cuore e alla mente fin dai primi accordi.

Nel 2013 la decisione di ripercorrere la loro carriera insieme ai fans, attraverso un nuovo strumento di autoproduzione che li coinvolge direttamente, lascio a loro la parola per descriverlo:


Per approfondire l'argomento non mi resta che intervistare direttamente il gruppo, che si è reso disponibile a subire il mio breve interrrogatorio, quindi, cominciamo:


Salve ragazzi! I fan sono la vera forza di una band e da sempre è così. Una volta acquistavano i dischi, le videocassette, le figurine, le riviste specializzate, il merchandising supportando così economicamente e emotivamente il proprio gruppo. Si trattava di un rapporto quasi sempre a senso unico mentre la scelta di MusicRaiser può permettere ai fans di rendere finalmente la conversazione a due sensi mi pare?

Beh, noi siamo una realtà autoprodotta da 15 anni, quindi di fatto abbiamo sempre avuto una vera e propria costante conversazione con il pubblico, che noi preferiamo chiamare "amici", perchè non sono dei fans, sono una vera e propria famiglia che ci è sempre stata vicino.
Musicraiser è uno strumento molto utilie, è la prima volta che proviamo a utilizzarlo e speriamo di riuscire a raggiungere l'obiettivo! Il crowdfunding è un modo per avere dei veri e propri preordini e coinvolgere attivamente i tuoi sostenitori, senza contare che dando un nome a queste persone ti puoi permettere, come nel nostro caso, di dire apertamente che se si raggiungerà l'obiettivo, ogni singolo nome sarà presente sul disco e sul dvd in veste di "produttore" insieme a noi. Quindi l'impegno di chi ti segue e ti sostiene viene messo nero su bianco, e lo trovo stupendo. E' un'idea che mi è venuta e in qualche modo ricalca l'idea del primo video di Welcome In DIsagio "milioni di pezzi", dove abbiamo chiesto ai nostri "amici" di mandarci una loro foto. Ne abbiamo estratte un centinaio e le abbiamo stampate utilizzandole come scenografia per il video.


Chi ascolta musica sa che l'evoluzione artistica di un gruppo andrebbe seguita di pari passo con le nuove uscite in modo da comprenderne l'evoluzione in modo naturale e continuo. Oggi l'accesso alla musica permette di ascoltare intere discografie con un click, ma perdendo i passi della maturazione degli artisti. La scelta del live che ripercorre la vostra carriera può essere un modo per riassumere in modo ordinato i passi della vostra maturazione musicale?

Sicuramente si. La nostra idea nasce dall'esigenza di mostrare la vera essenza dei Meganoidi: suonare dal vivo. Dal vivo, tutta la nostra evoluzione è molto più semplice da comprendere, perché mentre suoniamo sul palco, si capisce in modo più semplice che siamo un gruppo che ama stare sul palco insieme a chi ha permesso tutto questo: chi da 15 anni ci ascolta e ci segue.

La mia sensazione è che i giovani siano orientati a cercare solamente musica del passato, imbeccati dai vari talent dove praticamente si ascoltano solamente riarrangiamenti di cover famose. Come si possono convincere i giovani ad ascoltare musica nuova o comunque diversa da quella propinata da questi eventi?

Credo che l'unico modo per dare una scelta ai giovani sia offrirgliela. Sicuramente i media e i network non danno molto spazio alla nuova musica ecc... ma il passa parola e il web hanno un ruolo fondamentale ed ognuno di noi ha una forte responsabilità in questo. Io personalmente cerco di divulgare il più possibile la musica che mi piace, e devo ammettere che i giovani, sono molto curiosi, quando gli fai ascoltare qualcosa di nuovo sono sempre molto aperti. Poi i blogger e le webradio stanno facendo moltissimo da questo punto di vista. Sono sempre molto attenti a cosa c'è intorno, al contrario dei grossi network che ormai a tutto sono interessati, tranne che alla musica e alla comunicazione.

Io sono figlio dell'alta fedeltà domestica, del giradischi con la puntina Shure e le casse AR. La scarsa qualità con la quale viene ascoltata la musica attraverso tracce e strumenti inadeguati mi deprime. Questo è il principale motivo per cui mi piace il vostro progetto: la qualità tecnica della produzione oltre a quella artistica. Convincere i giovani che la musica va ascoltata con gli strumenti giusti rientra fra i vostri obiettivi?

Il nostro obiettivo è quello di registrare un cd e un dvd qualitativamente alto, proprio perché siamo stufi della scarsa qualità che spesso le varie piattaforme offrono. Siamo stufi dei live amatoriali su youtube e dei suoni approssimativi che si sentono in giro sui vari supporti. Il nostro progetto in qualche modo cerca di offrire una qualità ormai quasi abbandonata. Noi vogliamo delle belle immagini live, non le solite telecamere fisse che si vedono sempre o solo un paio di punti di vista. Non vogliamo avere un live che suona piatto e senza profondità, noi vogliamo un live che diventi la versione ufficiale di ogni nostro singolo pezzo. Speriamo di raggiungere presto l'obiettivo perché non vediamo l'ora di poter donare a tutte le persone che ci seguono questo lavoro, che a giudicare da come lo stiamo progettando, sarà il lavoro migliore dei Meganoidi, e riusciremo a realizzarlo solo raggiungendo l'obiettivo su Musicraiser.

A questo punto non mi resta che condividere il link al progetto di autoproduzione della band, sperando che tra i lettori emerga il desiderio di finanziare un progetto che ha come obiettivi la qualità e la condivisione.

Meganoidi LIVE

Ringrazio il gruppo lasciandovi tutti i loro social-contatti

domenica 14 aprile 2013


Devo dirlo, ho sempre sofferto della sindrome da foglio bianco, una maledetta limitazione che non mi consente di essere creativo, partendo dal nulla.
Tuttavia una mia grande qualità è quella di intuire la validità di un'idea altrui, riuscire a svilupparla e arricchirla a dovere.
Succede così che un giorno io venga coinvolto in una conversazione su Facebook che tratta l'argomento #InvasioniDigitali.

I miei interlocutori erano Fabrizio Todisco, ideatore del progetto, e Marianna Marcucci, che si è occupata della creazione e gestione della bacheca Pinterest. A tal proposito, se non l’avete già fatto, vi invito a visitarla muniti di blocco per gli appunti, perché c'è davvero molto da imparare.

Le #invasionidigitali sono una rete di eventi nazionali rivolti alla diffusione e valorizzazione del nostro patrimonio artistico-culturale, attraverso l’utilizzo di internet e dei social media.
Il progetto ha un obbiettivo chiaro: diffondere la cultura dell’utilizzo di internet e dei social media per la promozione, diffusione e fruizione del nostro patrimonio culturale.

Queste parole non sono mie, ma non avrei saputo descrivere in maniera più chiara e sintetica le finalità del progetto verso cui ho nutrito subito un grande interesse. Però a me piace essere originale, avevo bisogno di uno stimolo per aderire, per farlo diventare mio.

Ci ha pensato Marianna, alla quale stavo spiegando che mi sarebbe tanto piaciuto invadere il Fuseum, un centro d'arte a due passi da casa mia, per i motivi che spiegai in questo mio post vecchio ormai di due anni. E lei mi ha detto: bello il posto, perché non ci porti tuo figlio e fai fare qualche foto a lui?
Ecco lo spunto: No Marianna, ci porto tutta la classe, muniti di fotocamera e taccuini, i bambini di terza elementare invaderanno il museo come in un gioco di gruppo.

Avevo già deciso tutto: da chi farmi aiutare per diffondere la notizia, il modo per farlo, tutto era chiaro nella mia testa; ma non avevo ancora interpellato i due attori principali: la maestra e il direttore del museo.
La maestra non mi ha lasciato neanche finire di spiegarle, che ha subito iniziato a compilare la richiesta da fornire alla dirigente, mentre il direttore del museo mi ha semplicemente messo a disposizione tutto, ma proprio tutto, quello di cui avrei avuto bisogno.

La cosa è proseguita e la mia invasione è diventata una di quelle programmate, ma l'aspetto che più mi ha sorpreso è come l'innovazione in Italia stia prendendo una forma nuova, che si adatta alla situazione di disagio che viviamo e come tutto il buono parta inesorabilmente dal basso. E mentre la politica e la macroeconomia si incartano vicendevolmente, chi vuole veramente portare avanti la cultura e l'informazione si organizza in modo spontaneo e collaborativo, ottenendo risultati straordinari.

L'evento è diventato nel frattempo gigantesco, vi basta visitare il sito per verificare la mappa e le date delle invasioni italiane. Ma ciò non mi basta: vorrei che le persone che possono si prendessero un'ora del loro tempo e il 24 aprile 2013, venissero ad invadere con me e la classe/la scuola elementare… il Fuseum, questo luogo troppo spesso dimenticato.

L'evento sarà promosso attraverso tutti i canali social disponibili, da me (@ibridodigitale) da @michamati, @Poxy_lady e @LetiziaMe, ma vi ricordo che per partecipare è necessario collegarsi a questo link e ricevere gratuitamente uno dei 100 biglietti disponibili.

L'invasione digitale si terrà il 24 aprile e sarà riservato ai bambini dalle ore 9,00 alle ore 11,00, per poi essere aperto al pubblico per tutto il resto della giornata: vi potrete scatenare con ogni sorta di strumento di condivisione, in loco troverete tutte le istruzioni per farlo correttamente.

Ricordo a tutti che l'ingresso sarà completamente gratuito per volontà del direttore del Fuseum, GianMaria Fontana, che ha perfettamente colto l'importanza e la bellezza dell'evento decidendo di dare il suo appoggio incondizionato.
Ci si può registrare anche direttamente da questo blog, utilizzando l'apposito widget situato in basso.
Non vi libererete di me finché i 100 biglietti non saranno esauriti, quindi non costringetemi a venirvi a cercare! ;)

lunedì 4 marzo 2013


Lo so, lo so, ho fatto passare del tempo prima di occuparmi di questo nuovo servizio, ma volevo essere sicuro, volevo provarlo, volevo confrontarmi e capirne le effettive qualità e difetti; ora sono pronto, parliamo di MEGA.

Devo ammettere che ho aspettato con una certa curiosità l'uscita del nuovo servizio offerto da Kim Dotcom e l'attesa è stata solo parzialmente ripagata. La nuova piattaforma, non ha quasi nulla di veramente innovativo, ma si limita a migliorare aspetti già offerti da servizi come SkyDrive, GoogleDrive e Dropbox. Certo non si poteva pensare ad un nuovo contenitore di musica, film, programmi.... liberamente e vergognosamente scaricabili, come succedeva fino ad un anno fa, la cosa era veramente diventata imbarazzante, ma mi sarei aspettato qualcosa di più attivo, con propensione alla legalità ed alla diffusione di materiale legale di qualità, magari attraverso accordi con case discografiche e cinematografiche, un'occasione di visibilità come quella odierna non capiterà mai più, ma tant'è. Cerchiamo di essere positivi, occupiamoci di quello che fa:
  1. 50 GB di storage, mediante iscrizione gratuita, con possibilità di acquistare ulteriore spazio, per usi anche professionali. Lo spazio è davvero tanto, molto più di quello offerto dai concorrenti.
  2. Assenza di Banner pubblicitari.
  3. Pulizia della grafica e grande sensazione di modernità nell'utilizzo, pochi, semplici, ma efficaci comandi.
  4. Sicurezza dei dati.
Questa non vuole essere una guida sull'utilizzo del prodotto, anche perché risulta molto facile ed intuitivo, nelle sue funzioni più diffuse, mentre la parte relativa alla sicurezza dei dati merita un approfondimento:
La facilità di condivisione dei files è stata la peculiarità del servizio, ne ha decretato l'ascesa ed in seguito il crollo. La ragione sta nel fatto che la libertà è sempre inversamente proporzionale alla sicurezza, così la condivisione di ogni tipo di files senza possibilità di controllo della diffusione è diventata la regola e la rete si è riempita di contenuti distribuiti illegalmente.
Ok, allora cos'è cambiato?
Semplice, Kim è intervenuto sull'equazione ed ha aumentato considerevolmente la sicurezza e lo ha fatto per un motivo ben preciso:
  • Megaupload consentiva di scaricare i file condivisi sui server liberamente, era sufficiente che qualcuno rendesse di dominio pubblico il link di download.
  • MEGA permette di criptare i files caricati, mediante l'algoritmo AES. Il criptaggio avviene in modo automatico, lasciando la possibilità di condividere il file, con o senza password.
Quest'ultimo dettaglio non è affatto insignificante, la responsabilità di condividere un file passa tutta nelle mani dell'utente insieme ai problemi di copyright, MEGA non è più in grado di sapere se stai infrangendo la legge oppure no. Tecnicamente la scelta della condivisione criptata, viene effettuata al momento della condivisione (fig. 1)

Scelta parametri di condivisione (Fig. 1)

Le quattro caselle di check riportate in alto, di fatto permettono di scegliere in che modo condividere un contenuto: selezionando le prime due, il ricevente potrà scaricare senza ausilio di password, mentre selezionando solo la prima ne avrà bisogno e dovrà aggiungerla al momento del download.
Negli ultimi tempi, sono state diverse le critiche, relative soprattutto all'effettiva sicurezza della tecnologia adottata, come ad esempio quella del criptografo Steve Thomas che ha trovato una falla legata alla mail di conferma che Mega invia ai clienti registrati, ma ritengo che questo non sia un aspetto molto importante, l'essenziale è aver intrapreso la giusta via.

ringrazio Michele Mannucci di La Cosa Social per questo originalissimo meme!

Molti, forse tutti noi stiamo già archiviando i nostri files nella cloud, consapevolmente oppure no, il fatto di poterlo fare con un grado di sicurezza più alto è certamente positivo, ma sarà sufficiente per aggredire finalmente il mondo dell'archiviazione business.
Faccio questo lavoro da tanti anni e la criticità maggiore in merito alla digitalizzazione dei documenti è sempre legata all'archiviazione, sia in termini di costo che di sicurezza. Fino ad oggi la possibilità di eseguire, anche una semplice copia di backup online, non era neanche da prendere in considerazione, ma ora?
Non più di due anni fa, ho eseguito un lavoro di digitalizzazione per un cliente, che oltre a memorizzare i dati all'interno del proprio server, ha voluto effettuare una copia di backup su dischi Blu-Ray (in realtà mi chiesero di utilizzare dvd ed io mi imposi per una soluzione leggermente più moderna), ma si trattava di 8 TB di dati, che tra masterizzatore, supporti e soprattutto tempo di lavorazione ed etichettatura, richiesero un autentico bagno di sangue. Ora: sapete quanto costano 8 TB di spazio protetto da crittografia in MEGA? 29,99 €, devo dire altro?
A mio parere questo nuovo servizio apre degli scenari molto interessanti, a patto di rendere assolutamente certa la sicurezza dei dati, ma sono certo che i tecnici stanno già lavorando alla cosa, io intanto ho archiviato tutte le mie foto personali, così tanto per abituarmi, voi invece che aspettate, o pensate ancora che i vostri dati non siano già online?

domenica 17 febbraio 2013

Padre e figlio in completo relax (foto by Klaus Tiedge)

Ho conosciuto Alessandro Curti in rete, mi ha colpito l'affinità di pensiero e la non disponibilità a rinunciare al ruolo che la famiglia richiede ad uomo padre, ma oltre a questo ho voluto trattare questo tema per mezzo di un addetto ai lavori, infatti oltre ad essere marito e papà, ricopre il ruolo di educatore  Coordinatore presso "Il Filo di Arianna - Società Cooperativa Sociale"

Questa strana fissa sulla paternità mi è venuta un giorno di gennaio di sette anni fa.
Non ricordo che giorno della settimana fosse, se fosse soleggiato o nuvoloso, o che vestito indossassi. Ma rammento, come se fosse oggi, che tornai dal lavoro e la mia compagna mi consegnò un pacchettino.
"Strano" mi venne da pensare, perché lei non è certo una donna dai doni inaspettati. Ma un regalo è sempre gradito e così lo scartai.
Mi ritrovai davanti ad uno strano aggeggio bianco e rosa, simile ad un termometro elettronico, con due righette rosa parallele.
Mi sento un po' idiota ad ammetterlo, ma ci ho messo decisamente più di qualche secondo per capire.
Poi però ci sono arrivato e, con una scossa elettrica fino a terminazioni nervose che nemmeno sapevo di avere, ho realizzato che stavo diventando padre.
Chiariamo alcuni punti perché non sembri che la notizia mi abbia colto impreparato.
Intanto la stavamo cercando, anche se tutti gli amici con cui avevamo parlato raccontavano di lunghe attese e molteplici tentativi.
In secondo luogo, per professione, ho sempre rivestito un ruolo educativo maschile (in un mondo di cura e assistenza in cui la presenza femminile è in percentuali altissime) ed ero quindi abituato ad assumermi la responsabilità dell'educazione di altri.
Ma quando scopri che stai diventando padre... è come nei cartoni animati, quando il pianoforte cade dal centesimo piano e si schianta sulla testa del protagonista.
O almeno così è stato per me.
Da allora la mia privata è stata ribaltata come un calzino, ma mi sono reso conto che anche quella professionale è variata parecchio.
Non so se per caso o che altro, ma negli ultimi anni mi è capitato di lavorare con tanti padri e i loro figli.
Padri abbandonati, abbandonici, conflittuali, poveri di risorse, aggressivi, incattiviti, estremamente deboli, volenterosi, imbranati, impauriti...
O addirittura con padri invisibili, la cui assenza ha però un peso tale che sarebbe meglio fossero presenti.
Come la scoperta dell'acqua calda.
Vista la concomitanza delle due situazioni – quella privata e quella personale – ho cominciato a leggere, studiare, approfondire, indagare le diverse posizioni psicopedagogoche sul ruolo del padre e sull'evoluzione sociale di questo ruolo.
Tante sono state le definizioni che ho sentito affibbiare ai padri della nostra generazione, fino a quella che ritengo la peggiore (anche se per la società sembra essere un complimento) cioè "mammo".
Ma nel confronto con i padri reali che ho incontrato e con cui lavoro tutti i giorni un unico pensiero mi accompagna costantemente.
Io che tipo di padre sono?
Ecco perché parlo di "strana fissa sulla paternità".
Perché non mi sono soffermato su che tipo di padre vorrei essere, o sul rapporto con l'immagine (reale o fantastica) che su mio padre, o ancora su quello che gli altri si aspettano da me nel mio ruolo paterno.
Ho semplicemente scoperto che fare il padre è tutt'altro che semplice.
Non è solo adorare la propria bambina sopra ad ogni cosa.
Non è solo cercare di proteggerla dalle difficoltà del mondo perché ci sembra troppo piccola per affrontarle o tentare di spiegarle quali sono i valori della vita e quanto sia difficile rispettarli.
È vestirla correttamente al mattino prima di andare a scuola rispettando l'accostamento di colori come farebbe sua madre.
È cucinarle la cosa giusta e non quello che entrambi vorremmo mangiare, come farebbe sua madre.
È ricordarsi di metterle la crema idratante dopo il bagnetto, perché non è importante solo essere puliti, ma pensare anche alla morbidezza della pelle.
Come farebbe sua madre.
Ma fare il padre non significa essere un buon surrogato di madre.
Essere un padre significa essere un uomo che si occupa del proprio figlio.
Dimenticando che il giallo e il viola insieme non ci stanno, che wurstel e patate non sono un'alimentazione sana, che la crema idratante non è solo qualcosa che appiccica le mani.
La società (e forse anche le madri, le nostre compagne e mogli) ci vorrebbero come delle perfette copie delle donne che sanno - per istinto - proteggere, curare e crescere i propri cuccioli.
Ma per questo ci sono già le madri, non serviamo noi.
Sono bravissime in questo ruolo: perché dovrebbero anche solo pensare di forgiarci a loro immagine e somiglianza?
Noi siamo dei padri e dobbiamo fare i padri.
Rivendicando il nostro ruolo, le nostre peculiarità e le nostre debolezze, in modo che i nostri figli non risentano di una mancanza nella loro crescita e ci riconoscano proprio come padri.
Padri imperfetti, ma padri.
Sempre.

Di questo e di altro racconto su:
Blog - Twitter - Facebook

domenica 10 febbraio 2013

foto è stata scattata da Noemi Venturella

Le opportunità che la rete ci offre sono molteplici, la facilità di reperire informazioni di tutti i generi, dalla musica ai film, dallo studio allo sport o la facilità di acquistare beni e servizi fisicamente lontani da noi, ma forse è la possibilità di conoscere a fondo persone che potremmo non incontrare mai, la cosa più interessante. A fondo, perché i social Network ci permettono di interagire con le persone in modo collettivo, siamo quindi in grado di valutarne le reazioni in tempo reale, anche quando non comunicano direttamente con noi. Una delle persone con le quali ho interagito in modo "collettivo" è Marilisa Dones, ma lascio a lei il compito di parlare di sé.


Dopo aver creato il mio account Facebook, nell'ormai lontano 2007, ho cominciato a subodorare l'enorme potenziale racchiuso in questo strumento che permetteva di mettere in comunicazione amici, conoscenti e persone che condividevano semplicemente degli interessi anche se dall'altra parte del mondo. Inizialmente (non lo nego) mi ha colpito il lato "cazzaro" della cosa, è ovvio. Poi ho iniziato a capire che si potevano fare "affari" e comunicare qualcosa di veramente utile. Con i social network è davvero cambiato il modo di far comunicazione. Giusto per farvi un esempio (ma promettetemi di non farmi internare!): io e mia sorella, quando vivevamo con i nostri genitori, ci parlavamo (da una stanza all'altra) tramite fb. Ok, ok, questa è malattia, lo so! :-) Fate come se non avessi detto niente, shhhh!
Dicevo, ho cominciato così a "studiare" Facebook da autodidatta, leggendo post e seguendo blog vari e ho cominciato a meditare di seguire un corso o un master in Social Media Marketing.
Il marketing è un mio vecchio amore (non si sa ancora se corrisposto). Laureata in lettere classiche, mi sono resa conto di non essere tagliata per l'insegnamento (ma anche volendo - con la fortuna che mi ritrovo - avevano chiuso le scuole di specializzazioni per prendere l'abilitazione, sob!) e avevo deciso di fare un master del Sole24Ore in Media Comunication. Passai anche le selezioni, ma poi mi si è profilata una situazione lavorativa e poi un'altra formativa che mi hanno portato a Madrid ad occuparmi di organizzazione e promozione di eventi culturali. L'esperienza in Spagna con il Guardian HayFestival è stata tra le più galvanizzanti della mia vita. E le persone con cui ho lavorato le tengo sempre nel mio cuore e cerco di sentirle il più possibile.
Tornata in terra natia (Palermo), ho cominciato a lavorare nel mondo dell'editoria, presso una casa editrice di libri tecnici. Nonostante io ami il mio lavoro di editor, dopo il primo anno sentivo che qualcosa mi mancava, che avevo bisogno di un "di più". E l'ho cercato. 
Chi mi conosce e mi bazzica sa che sono una logorroica senza speranza. [E anche una grafomane direbbe la mia amica Alessia]. E la mia voglia di parlare mi ha portato, grazie ad amicizie comuni, al blog Abattoir.it. Tanto era forte il desiderio di essere parte di qualcosa e di dire la mia (lo so, suona un po' così... Ma che ci volete fare?) e tornare ad organizzare eventi. 
Abattoir infatti è molto più che un semplice blog. Ama definirsi "collettivo di menti" formato da una decina di ragazzi (un po' sparsi per il mondo ma tutti siciliani) che hanno deciso di non tacere e dire comunque qualcosa su quanto abbia una qualche rilevanza sociale: sul blog parliamo di politica, arte, modi di vivere, satira, tradizioni, di modi di vivere e molto spesso parliamo della nostra Sicilia e Palermo. E siamo un gruppo eterogeneo. Un blog che comunica qualcosa e cerca comunicazione, un dialogo bilaterale. E' un crocevia di pensieri ed è aperto alle collaborazioni esterne. 
L'esperienza di membro attivo di Abattoir (quindi con riunioni settimanali e turni da rispettare) è durata un anno. 
Un anno bellissimo in cui ho stretto dei forti legami di amicizia, durante il quale ho condiviso gioie, fallimenti e smazzamenti vari. A dirla tutta, mi è costato un po' passare alla condizione "free lance" e nonostante sia (secondo loro) la "donna dei mille impegni", cerco sempre di supportarli e aiutarli come posso con l'ufficio stampa e la promozione online delle loro iniziative.
 
Ma torniamo al nocciolo della questione. La comunicazione on line. Finalmente, alla veneranda età di 30 anni, ho capito quale "voglio" che sia la mia strada. 
Dico di proposito "voglio" perché sono convinta che la strada non la devi trovare, la devi "semplicemente" volere. Basta partire da alcuni presupposti.
So che amo parlare con la gente, ascoltarla e condividere gli interessi. E scoprirne di nuovi. Non mi precludo proprio nulla.
La mia parola d'ordine è fare networking
Non mi interessano i legami fittizi: le ipocrisie e i rapporti dettati dalle convenienze non fanno per me. Preferisco di gran lunga avere contatti di persone che non conosco ma con cui posso scambiare quattro chiacchiere e che hanno qualcosa in comune con me, con cui scambiare opinioni su questo o su quello, piuttosto che avere mille conoscenti che se mi incontrano per strada non mi salutano.
Grazie, ma declino gentilmente l'offerta.
E quando mi capitano episodi di questo genere, faccio un po' di giardinaggio e taglio i rami secchi.
Dopo qualche anno di "militanza" su Facebook, ho aperto i miei account su Twitter (timidamente), Linkedin, Pinterest, Anobii e Google plus e altri ancora. Cerco di curare al meglio tutti i miei contenuti (faccio quello che in gergo si chiama content curation) e in ogni social network ho tendenzialmente amici diversi, anche se i migliori "social amici" li ritrovi un po' dovunque.
Come Matteo, alias Ibrido Digitale, per esempio, che mi ha proposto (lusingandomi non poco con la sua gentile offerta) di scrivere un guest post. Questo, per l'appunto.
Un giorno un mio ex collega di lavoro (dopo essere stata la sua vittima preferita di frizzi e lazzi) mi ha chiesto se volevo cimentarmi come CopyWriter e aiutare il suo studio grafico nella redazione di una bodypage per un sito a cui stavano lavorando. Ero un misto di euforia e paura, ma se c'è una cosa che non so fare è tirarmi indietro. [Difficilmente nego la mia disponibilità e a volte ci resto anche fregata, ma sono fatta così e ho imparato ad accettarmi, anche perché a volte hai bellissime sorprese]. 
Così mi sono buttata nei meandri senza fine del CopyWriting e ho provato. Il risultato, ora che lo vedo con una seppur minima maggiore cognizione di causa, è stato: così così.
Ma mi è piaciuto davvero tanto. Ho sperimentato un tipo di scrittura differente e persuasiva e ho cominciato a studiare, comprare libri e ho seguito anche un corso a Milano (lo YummyWriting organizzato da PennaMontata di Valentina Falcinelli) che mi ha dato oltre agli strumenti tecnici, una bella dose di ottimismo per poter cominciare a fare qualcosa di buono. E' solo l'inizio del lavoro che ho da fare. Ne sono perfettamente consapevole.
Dopo quella prima esperienza, collaboro costantemente con lo studio grafico Albicocco, gli dò una mano con i testi e il mio ex-collega (ora amico/confidente/collaboratore) e la sua fidanzata (un'illustratrice per l'infanzia bravissima oltre che dolcissima) sono diventati tra i più cari amici che ho.
Perché lavorare insieme vuol dire anche fidarsi, sostenersi e confrontarsi. 
E ho capito che è proprio questo il modo in cui mi piacerebbe lavorare, in un ambiente amichevole ma serio allo stesso tempo, dove la tua opinione conta nella misura in cui sei parte di un progetto che senti veramente tuo.
Ora, mi ritrovo 31enne, con più sogni di quanti ne avevo da ragazzina, a barcamenarmi tra il lavoro istituzionale di editor, lezioni private, letture di copywriting, marketing e social marketing, corsi, webinar vari ed eventuali, post e postille di settore, dolce metà e amici e chi ne ha più ne metta.
Insomma, mi tengo occupata e desidero fortemente giornate di 72 ore.
So solo che alla fine della giornata non sono "per niente stanca", come dice la mia conterranea cantantessa (Carmen Consoli).
Perché non mi stanco mai di imparare e mettermi alla prova. Mai.
E ho sempre il tablet in borsa o in mano, perché ogni momento è giusto per socializzare!

@MarilisaDones

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giovedì 31 gennaio 2013



Roberto Casati, in bellissimo post sostiene che la teoria dei nativi digitali, sia solo una favola, costruita ad uso e consumo dei coloni digitali "per il loro vasto progetto di penetrazione tecnologica fine a se stessa". Ho chiesto a quattro amici di commentare il pensiero di Casati e di seguito potete trovare le loro opinioni. Ritengo comunque importante leggere l'articolo "incriminato".

Credo che l'articolo di Roberto Casati metta in risalto un aspetto che viene debellato normalmente da chi si siede da una parte o dall'altra rispetto al pensare che i ragazzi di oggi siano nativi digitali. Ovvero: se io adulto penso che i ragazzi siano dei nativi digitali, sto già dicendo (generalizzando, ovviamente) che ne sanno un sacco più di me, che non potrò mai capirli fino in fondo, che non posso farci niente di significativo, che non ci devo/posso neanche provare e così mi rassegno e mi chiudo in un "cosa posso farci?". Se invece penso che i ragazzi non siano nativi digitali, il rischio è che immagino che l'utilizzo sia residuale e/o poco importante in se. Insomma, il rischio che vedo nella diatriba è che si perda di vista cosa DEVE fare un adulto che è in relazione con i ragazzi (per ruolo naturale o professionale, genitore, insegnante o chicchessia): su cosa deve porre l'attenzione sia lui e su cosa deve mostrare le similitudini e le differenze: quella del corpo e della comunicazione non verbale (che ci dice tanto nelle relazioni "fisiche" e che non c'è nelle relazioni "digitali" se non per le dieci dita che battono sulla tastiera -seguendo i ragionamenti del post di +Roberta Zanella ), a mio avviso è l'aspetto che va maggiormente messo sotto i riflettori per poter mostrare ai ragazzi che c'è una differenza semplice ma profonda nelle due comunicazioni dove la comunicazione digitale è per questo più "delicata" e contemporaneamente "potente". non so se mi sono spiegata... altro aspetto: quest'estate ne parlavo con Michaela Matichecchia: in realtà i ragazzi che oggi hanno tra i 10 e i 20 anni non sono Nativi digitali ovvero: statisticamente è da una decina d'anni che la diffusione del computer è entrata in ogni casa in Italia. dunque al massimo, se fosse interessante mettere i bollini, i bambini che oggi hanno meno di dieci anni hanno (sempre mediamente) avuto un accesso e una presenza costante del computer nella propria crescita. Questo non semplifica perché i teens (quelli appunto che nel 2013 hanno tra i 10 e 20 anni) non sono nati con il web, ma hanno cominciato a smanettarvi da relativamente piccoli e dunque, loro, sono nella situazione di maggiore fragilità nel momento della vita in cui la costruzione della propria identità passa necessariamente attraverso le relazioni fisiche e digitali che siano. ciao,
Consulente Pedagogica presso cooperativa Milagro

Il punto di vista è molto interessante proprio perché focalizza l’attenzione, almeno la mia, sul concetto di rivoluzione digitale. Davvero siamo di fronte ad una rivoluzione o, semplicemente, sono mutati gli strumenti che utilizziamo per compiere le stesse azioni di sempre? Quando eravamo piccoli abbiamo preso in giro i nostri genitori per non saper usare il Commodore 64 e, essendo nati con i Lego, ci sentivamo pionieri della nostra rivoluzione tecnologica personale. Siamo cresciuti con i nostri computer e oggi ci dividiamo fra sostenitori di un brand piuttosto che un altro ma tutti, tutti, siamo consapevoli di star utilizzando strumenti dei quali non possiamo più fare a meno. I bambini, oggi, nascono in famiglie dove per sapere se piove non si guarda dalla finestra ma si apre “il meteo.it” quindi è ovvio che da subito si abituino a dover scorrere un dito su uno schermo tanto che alcuni lo fanno sullo schermo della televisione credendo di poter cambiare canale. Ma siamo sempre noi quei bambini. Chi non ha mai detto ai compagni che la scuola è noiosa? Adesso lo si scrive su un blog e pare quasi che, solo per il fatto di essere scritto lì, acquisti valore. E’ solo uno strumento ulteriore di trasmissione di un messaggio. Lo leggerà un numero maggiore di persone, certamente, e questa è la differenza. Magari qualche insegnante davvero non al passo con i tempi e i nuovi strumenti c’è davvero ma non credo che possa essere data loro la colpa se la scuola versa in condizioni quantomeno problematiche. Diamogli la possibilità di adeguarsi, i bambini hanno la freschezza per poterlo fare da soli. Confesso che mi piace vivere questi anni di grandi cambiamenti, mi piace essere “digitale”, utilizzare tutti gli strumenti tecnologici oggi a disposizione e rientro nella categoria fan di un brand in particolare. Utilizzo i social network per curiosità, passione e per il mio lavoro nel tursimo e ne sono sostenitrice a spada tratta ma come strumenti per continuare a comunicare con le persone come comunicavo prima con altri strumenti. La vera rivoluzione non è un bambino che sa usare un tablet, la vera rivoluzione è fare in modo che tutti i cittadini, anche i nonni, sappiano usare un tablet e questo li aiuti a migliorare la propria qualità della vita. Questa è la mia opinione e, come ti ho detto nel commento al post, dalle differenze di opinioni il dibattito trae sicuramente beneficio!
Hotel manager presso Hotel Universo Lucca

Le intelligenze e le competenze sono tante, e sì ci sono anche quelle digitali. I nativi digitali sono e saranno coloro che non hanno bisogno di chiedersi com'è stato possibile vivere 20 anni senza web. La scuola ha il compito e l'onere di occuparsi dell'allenamento dei giovani al pensiero plurale ed è naturale che maggiori siano gli strumenti messi a disposizione e maggiori saranno le opportunità. Vivere nel brodo digitale facilita la competenza a riflettere su un mondo accessibile a 360°, interconnesso, dove le parole d'ordine sono condivisione e co-costruzione. Un epocale sviluppo della conoscenza che supera l'arido atteggiamento competitivo fondato sull'interazione a somma zero. Perché non è la noia l'oggetto da combattere, anzi... nel vuoto quantico si generano le possibilità, i pensieri, i sogni e le favole, di cui tutti abbiamo bisogno. Quelle sono il motore dello sguardo divergente sul mondo e, forse, è inutile chiedersi di quali strumenti si sia nutrito.
Formatrice. Europrogettista. Coach d'impresa.


Nei giorni scorsi il buon Matteo Piselli (@IbridoDigitale) mi ha segnalato il post del Dottor Roberto Casati intitolato "La balla dei nativi digitali"; nel post (interessantissimo e ricco di spunti di riflessione) l'Autore introduce nel dibattito la figura dei "Coloni Digitali", dandone una definizione, in modo indiretto, sulla base della Mission che questi avrebbero: "fornire pezze d'appoggio alla penetrazione della tecnologia digitale in aree che per il momento ne sono libere, in primis la scuola". Il Professor Casati prosegue poi con descrizioni e riferimenti tali da far risultare, secondo il mio modesto parere, i cosiddetti Coloni Digitali come dei "fanatici tecnologici" che tacciano sistematicamente di staticità la Didattica, limitando le potenzialità dei Nativi Digitali («Qui ringhiano ancora di più, perché loro sì che lo sanno: la colpa sarebbe degli insegnanti, troppo vecchi, quindi refrattari alla 'trasformazione'»)

La versione breve del prosieguo di questo post è che “Gli estremisti, purtroppo, esistono in vari campi (Mondo Digitale compreso, ovviamente), ma la cosa più saggia da fare è ignorare costoro e collaborare per modellare un futuro migliore, anche attraverso le Tecnologie”.
Segue la versione lunga: La definizione stessa di "Nativi Digitali" (Rif.: Wikipedia «digital native is a person who was born during or after the general introduction of digital technologies and through interacting with digital technology from an early age, has a greater understanding of its concepts») viene, a mio avviso, travisata (o modellata ad hoc?): nel post si afferma che «i nativi digitali non esistono: non nel senso in cui si interpreta di solito questa ambigua descrizione, non nel senso molto preciso in cui si parla di madrelingua». Perché la definizione originaria è ambigua? Chi l'ha detto che di solito viene interpretata in modo diverso? In quali contesti? L'autore stesso della definizione (Marc Prensky [http://en.wikipedia.org/wiki/Marc_Prensky], che il Professor Casati definisce come «uno che produce videogiochi» e che in realtà ha più di una laurea, ha dedicato la propria vita a progetti di e-learning e produce sì videogiochi, ma in ambito didattico [http://www.marcprensky.com/about/Prensky-Resume.pdf] ), pubblicò già nel 2009 un articolo in cui dichiarava che, dato che i nati nell’epoca digitale sono ormai cresciuti, la distinzione da lui proposta fra digitali nativi e immigrati/coloni ha perso di significato.
“Although many have found the terms useful, as we move further into the 21st century when all will have grown up in the era of digital technology, the distinction between digital natives and digital immigrants will become less relevant.”
L'articolo termina poi con « La riflessione sulla scuola, sul suo ruolo nella societa', e soprattutto sul suo ruolo nella vita delle persone, merita di meglio».
Su quest'ultima frase sono assolutamente d'accordo: il dire che «i rari studi disponibili mostrano che gli incrementi dei risultati scolastici (una delle poche cose misurabili, non parliamo mica ancora dello sviluppo morale e intellettuale delle persone) laddove si usano le tecnologie a scuola hanno due tristissime caratteristiche: sono marginali, e sono correlati con le categorie socioeconomiche »rappresenta a mio avviso la punta di un iceberg in un contesto multidisciplinare dove le risposte non si troveranno sicuramente interpretando semplici definizioni, o evidenziando i pensieri degli "estremisti", né dall'oggi al domani, ma condividendo il proprio know how professionale e ragionando in modo propositivo in più campi: pedagogia, psicologia dell’insegnamento, psicologia dell’apprendimento, uso delle tecnologie in funzione dei processi di auto-organizzazione del medesimo, uso delle tecnologie per ridurre i costi in contesti di "distanze" geografiche, sociali ed economiche, tecnoetica... Alcune letture in merito potrebbero essere, per esempio:
L'Ibrido Digitale (o Colono, o Immigrato) non è il fazioso che vuole imporre il suo punto di vista per il proprio interesse: ha vissuto il periodo precedente alla massificazione delle tecnologie, sta vivendo il durante e, sulla base delle esperienze fatte, è colui che meglio percepisce le potenzialità delle medesime; dà quindi il suo contributo (teorico e, dove possibile, pratico) affinchè queste vengano utilizzate al meglio IN VARI CAMPI, TRA CUI quello dell'Istruzione.
Così come il Dottor Domenico De Masi ha elaborato il paradigma post-industriale (... «a partire dalla metà Novecento, l'azione congiunta del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione di massa ha prodotto un tipo nuovo di società centrata sulla produzione di informazioni, servizi, simboli, valori, estetica. Tutto ciò ha determinato nuovi assetti economici, nuove forme di lavoro e di tempo libero, nuovi valori, nuovi soggetti sociali e nuove forme di convivenza.»), il negare che oggi stiamo vivendo una vera e propria "Rivoluzione Digitale" è piuttosto limitante ed anacronistico: individuare assieme possibili nuove strade affinchè le nuove generazioni possano capire le nuove tecnologie e godere appieno delle possibilità da esse offerte non è parlare del sesso degli Angeli, ma buonsenso.
Programmatore, Web Developer e Manager, Social Media Lover & Manager

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venerdì 25 gennaio 2013

(immagine prelevata al seguente indirizzo http://sparkaction.org/content/reconnections-0)

In altri post ho affrontato il tema della digitalità, del rapporto che i giovanissimi e la scuola hanno con la tecnologia, ma questa volta ho preferito approfondire la questione, invitando una consulente pedagogica professionista, nonché Ibrida Digitale a scrivere un guest-post, buona lettura (Matteo Piselli)

il tema che mi ha proposto Ibrido Digitale mi fa venire subito una domanda:
da dove comincio??
Potrei cominciare dalla presenza delle tecnologie nelle scuole, dalle capacità di utilizzo di insegnanti e alunni, del costo che queste hanno, dei risparmi,...
Ma alla fine scarto tutte queste possibili piste per provare a capire cosa sta insegnando la scuola attorno alle tecnologie.
C'è una materia alle scuole secondarie di primo grado che una delle ultime riforme ha ridotto notevolmente: si chiamava e si chiama ancora Educazione Tecnica.
Non ha mai avuto molto spazio ed era relegata all'insegnamento di alcuni aspetti di funzione meccanica o di sperimentazione fisica (gli esperimenti), di misurazione e di valutazione.
Ecco, io più che ridurle avrei aumentato le ore e le avrei imposte anche alle scuole superiori di secondo grado (almeno almeno nel biennio, ma forse anche fino in quinta) perché la dimensione tecnologica dovrebbe avere uno spazio dedicato.
Nei vari gruppi e diversi social in cui mi confronto con colleghi consulenti pedagogici ed educatori, la dimensione del rischio e della latitanza di spazi di incontro in cui ragionare con i ragazzi attorno all'uso degli strumenti messi a disposizione dal web sta emergendo prepotentemente.
Abbiamo costatato inoltre, in particolare con il confronto con Monica Cristina MassolaSylvia Baldessari che l'incontro con i ragazzi è difficilissimo sui social. Dunque fare educazione all'uso delle tecnologie on line, è quanto meno molto molto faticoso e a parer mio poco incisivo sui ragazzi.
Sarebbe invece interessante provare a ricomprendere e a dare una mano al prossimo ministro dell'istruzione per mettere aggiornare la programmazione didattica di questa materia (e poi formare i professori...).
In alcuni casi, insegnanti rari e quasi illuminati, inseriscono un piccolo abc dell'uso di fb e delle immagini nelle classi quinte della scuola primaria (elementare). I cinque anni di scuola hanno creato un legame, i bambini parlano di cosa fanno e non fanno a casa, e un'insegnante mi raccontava che nell'ultimo ciclo scolastico (due anni fa aveva la quinta) ne ha sentito l'esigenza perché il numero di bambini che aveva il profilo fb era la quasi totalità della classe. La scuola non è una scuola d'élite, ma una “scuola di mondo”, frequentata per l'80% da bambini provenienti o da altri paesi o nati in Italia da genitori immigrati.
La questione dunque è urgente.

Trovare uno spazio dentro alla scuola che abbiamo già per parlare, approfondire, studiare, comprendere cosa accade in rete per imparare a crescere e star bene nel mondo che abbiamo già e nel mondo che ci si prospetta davanti, è il compito della scuola: imparo a scrivere, a leggere, a far di conto e a ragionare per comprendere cosa mi accade.

Ma se la dimensione digitale mi chiede altro, chi mi aiuta ad imparare a leggere con sguardo critico, a navigare sicuri, a scegliere, cliccare, postare, inserire e dire?

Sarebbe interessantissimo sapere poi, dopo un paio d'anni di lezione, cosa hanno imparato i professori dai loro alunni: credo infatti che la dimensione tecnologica chieda agli insegnanti di apprendere anche loro.
Questo, che è uno degli assunti della pedagogia moderna (in una relazione si insegna e si impara reciprocamente), la tecnologia lo svela.
La tecnologia infatti potrebbe dare una mano alla scuola a riprendere la propria funzione educativa più profonda rendendo protagonisti gli alunni e gli insegnanti di processi di apprendimento.
Oppure se non ci si vuole muovere in questa direzione, la tecnologia potrebbe dichiarare (e già i ragazzi lo fanno!) che la scuola è morta non perché (come dicono i ragazzi) è noiosa, ma perché gli insegnanti non si pongono in un atteggiamento di apprendimento.
Perché una differenza la tecnologia non cancella: chi è il professionista, pagato per insegnare, chi è l'adulto dentro la scuola è ben chiaro e la responsabilità dei cambiamenti non può che essere di chi i programmi li decide e li pratica.

(Non me ne vogliano, di queste generalizzazioni, i tanti insegnanti che invece se ne occupano!)

Nata a metà anni settanta nella provincia milanese, lotto perchè in prima elementare non volevo mettermi il grembiule nero: la mia insegnante mi da man forte e i miei grembiuli sono a quadretti colorati. Da allora, ma le cronache dicono anche da molto molto prima, sono attratta per le relazioni difficili e dalle sfide complesse: i bambini che non vogliono parlare e quelli che fanno un po' fatica a stare con gli altri sono i miei amici.
Costruisco relazioni, studio, inciampo, parto.
Al ritorno da un'esperienza di volontariato europeo torno all'ovile con una mail e con una traccia indelebile che mi porta a fare delle relazioni il mio lavoro.
Educatrice Professionale prima e Consulente Pedagogica poi lavoro prevalentemente con adolescenti, su progetti educativi nella scuola e sul territorio, faccio formazione.
Il web mi coinvolge con il passaggio al 2.0 dove trovo una possibilità di interazione e di costruzione di relazioni digitali. I ragazzi smanettano ed io con loro chiedendomi continuamente che ruolo noi adulti ci stiamo giocando e che cosa stiamo insegnando.

“L'educazione insegna soprattutto se stessa e lo fa attraverso i suoi gesti.”Igor Salomone

Note personali: sono mamma, mi infiammo velocemente e il dubbio é sempre con me.
il mio blog è E di Educazione

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giovedì 10 gennaio 2013


A parte Facebook, che comunque non amo molto, frequento i social network da soli sei mesi,  l'ho fatto con impegno ed entusiasmo cercando di imparare dai e dalle migliori, col tempo ho compreso che la mia identità digitale è legata indissolubilmente alla qualità della mia presenza sui Social. All'inizio ho provato a seguirli tutti con la stessa intensità, ma poi ho capito che non si può essere dappertutto e bisogna scegliere: Pinterest il più inesplorato e apparentemente meno serio di tutti è quello che mi ha dato più soddisfazioni; proprio qualche giorno fa, si è concluso il contest #ShareYourChristmasTree, che avevo creato con lo scopo di conoscere un po' meglio i miei social friends, condividendo insieme una parte personale delle nostre vite; in parte ciò è successo, ma la cosa che più mi ha sorpreso è che in poco più di 20 giorni, ho guadagnato più di 200 followers diretti. Per diretti, intendo utenti che seguono per primi e non come risposta a precedente follow, in altre parole i 275 followers della board sono arrivati da soli, visitando profili che a loro volta avevano aderito al contest. Mi voglio spiegare meglio:
Accettare l'invito a popolare ed interagire in una board condivisa, permette a tutti gli utenti che ne fanno parte di accedere molto facilmente al nostro profilo, poiché la board comparirà nel nostro spazio, esattamente a fianco di quelle classiche create da noi, con la differenza che aprirà di fatto l'accesso al nostro profilo a tutti gli altri invitati. Conoscevo questa dinamica, ma non ne avevo compreso l'impatto, così ogni giorno mi sono arrivati 10 followers nuovi da tutto il mondo, alcuni hanno anche partecipato attivamente, caricando le proprie immagini, sto parlando di americani, tedeschi, olandesi, indiani e via dicendo. Ora il contest è finito e complessivamente ho circa 400 followers su Pinterest, e adesso?

La maggior parte sono stranieri, dei paesi menzionati, 147 sono Italiani, comprensivi di social friends e di una manciata di amici per così dire, classici. Gli stranieri sono arrivati tutti insieme, tutti in occasione del contest, quindi mi sembra lecito attribuirgliene il merito. Vorrei approfondire i dati, ma farlo manualmente risulta impegnativo, inoltre i dati sono mutevoli ed è difficile monitorare i cambiamenti, ho provato alcuni tools, per analizzare a fondo le provenienze, le influenze e tutta una serie di statistiche, che se per gli altri social media sono ormai facili da reperire, nel caso di Pinterest, latitano parecchio. Vorrei trovare un modo creativo per utilizzare, mantenere e se possibile incrementare questo patrimonio di followers, che ripeto: mi ha cercato per primo, è un aspetto determinante, se mi mettessi a seguire in massa 5000 persone, probabilmente riuscirei ad ottenere lo stesso risultato numerico o forse anche di più, ma non sarebbe lo stesso.

Ho sempre saputo che in giro, intorno a me, c'è molta gente preparata e pronta ad aiutarmi, i social media l'hanno reso possibile, l'abbiamo visto con Co-winning che l'unione organizzata fa la forza.
A questo punto mi aspetto aiuto dalla mia rete, per capire come meglio proseguire quest'avventura e magari per aiutare a mia volta qualcuno che ritiene positivi i miei risultati. Certo potrei inaugurare #ShareYourPet, farei il botto, ma mi sono stufato, voglio provare qualcosa di nuovo, che abbia nella qualità dei contenuti l'aspetto attrattivo, una collezione infinita di cuccioli è meglio cercarla altrove.

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