domenica 27 maggio 2012


La mia città è ferita, le sue strette vie sono come vene malate, piene di sangue e droga, i cittadini si allontanano e lasciano spazio al degrado e alla criminalità. L'amministrazione si è accorta e sta tardivamente, goffamente, sfacciatamente tentando di rigirare la frittata ergendosi a paladina della riconquista del territorio.

Non voglio neanche commentare, non mi interessa, non credo che militarizzare la città farà tornare le persone a passeggiare su e giù per il Corso ancorché ripulito, mancherà sempre qualcosa da vedere. Con queste idee in testa ieri mattina sono andato a curiosare in via dei Priori, forse la più malata delle vene, per curiosare nei dintorni di Perugia Love Design. Il progetto è interessante, coinvolge molti dei locali commerciali e culturali della zona, proponendo vetrine di oggetti dal design contemporaneo e prodotti artigianali autoprodotti, gallerie d'arte improvvisate e non, ho visto ragazzini dipingere in mezzo alla piazza, famiglie con bambini interessati ad oggetti per loro inusuali, ma soprattutto ho visto i Perugini, ne ho riconosciuti tanti. Io amo queste iniziative, perché fanno vivere la città ai cittadini, non sono baracconate per turisti come la noiosissima Umbria Jazz e il finto festival di EuroChocolate.

Non contento stamattina ho visitato anche i giardini del Frontone, dove si svolgeva il Perugia Flower Show ed anche lì ho incontrato tante famiglie di coetanei che amano la loro città e vogliono viverla normalmente, magari girando tra bancarelle piene di fiori. Non credo che riusciremo a ribaltare la geografia economica del nostro territorio, ormai ci siamo venduti ai centri commerciali di periferia, i vecchi negozi del centro non torneranno mai più, ma forse incentivare le iniziative basate sull'handmade potrebbe riportare un po' d'interesse in un luogo che di argomenti d'interesse ai propri cittadini non ne offre più.

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domenica 20 maggio 2012


Cosa percepisce la gente quando si parla di OpenSource? E per gente intendo sia giovani che meno giovani, normalmente istruiti sull'uso delle tecnologie. In questo momento si parla molto di software OpenSource destinati a migliorare il contatto fra la PA e il cittadino, ma io mi chiedo se al di fuori del "Network" dei Makers, di Wired, di CheFuturo, del Post.... se ne sia accorto qualcuno. 
Perché queste tecnologie vengono normalmente utilizzate in America e da noi non se ne conosce neanche l'esistenza? Il problema, secondo me parte dalla scuola, dove pur essendo presenti molte aule d'informatica, non vengono mai configurate macchine con con software aperto, mai. Se si prova a proporre questo tipo di soluzione, l'unico vantaggio che viene percepito è la gratuità, che purtroppo è data per scontata dall'utilizzo diffuso di software pirata, perché quindi utilizzare programmi diversi dal solito, a volte in Inglese, che nessuno conosce? La risposta è che il Software OpenSource abitua i bambini a ragionare subito in modo collaborativo, perché Open non è gratis, è un concetto diverso, il suo valore aggiunto nasce dalla possibilità di migliorarlo e ricondividerlo. Questa tesi negli Stati Uniti è ormai accettata da molti, ma è stato fatto un grande lavoro con una politica orientata all'alfabetizzazione informatica che è partita 20 anni fa ed è normale che la popolazione sia pronta per iscriversi all'Ateneo dell'OpenData, essendo prima passata per la scuola elementare di OpenSource, gli Italiani invece, non sono pronti per impegnarsi nella condivisione delle informazioni come strumento di buona politica e chi li rappresenta attualmente neanche, essendo la proiezione dell'elettorato stesso, quindi anche ammesso e non concesso che le istituzioni si dotino degli strumenti giusti, non vedo come potremo convincere le persone a prenderne sul serio l'utilizzo. Nel mio piccolo sto cercando di portare un progetto di biblioteca scolastica interamente basato su tecnologia aperta alle elementari frequentate da mio figlio, tanto per cercare di essere coerente.

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domenica 13 maggio 2012


I signori di Cubify hanno imparato molto da Steve Jobs, hanno capito che il package e gli accessori che accompagnano un prodotto, sono forse più importanti della validità del prodotto stesso. Prendiamo il mio caso, sono stato veramente affascinato dalla stampante 3d che ho visto in azione al World Wide Rome, ho perfino pensato di acquistarla, iniziando a valutarne i possibili utilizzi, ma alla fine ho desistito.

La verità è che ormai mi sono abituato a valutare un oggetto, anche quando si tratta di mezzo di lavoro, nel suo insieme, quindi per me è diventato importante il design, la confezione, la coerenza grafica del prodotto con i suoi accessori.... Lo so Apple mi ha viziato e non è detto che questo sia corretto, ma resta il fatto che evidentemente qualcun'altro ha pensato bene di soddisfare i miei bisogni. Dopo aver visto il sito di questa nuova stampante, l'idea di comprarla è prepotentemente riaffiorata e poco importa se non ho ben chiaro che cosa ne farò, per me ormai quello che era un gran bel marchingegno per smanettoni è diventato finalmente un bel prodotto consumer.

L'azienda ha pensato bene di aiutare le persone poco creative ad entrare nel mondo della stampa 3d, fornendo alcuni progetti preconfezionati per farci iniziare subito a creare, nonché "le cartucce di materiale consumabile" appositamente create per questo modello. Naturalmente la logica di condivisione delle creazioni è sempre presente e probabilmente, a partire dal 25 maggio, giorno di uscita del prodotto, nascerà una community di Makers e Designer, pronti a migliorare il prodotto e a condividere i propri progetti, a quel punto anche io che sono creativo come una formica operaia, potrò servirmi del progetto di un ragazzino che abita in Giappone, e "teletrasportare" la sua idea nella mia stampante, per utilizzare o anche vendere il mostro che ne uscirà.

In Italia, l'ostacolo principale alla diffusione della cultura dei Makers rimane la condivisione, sarà difficilissimo convincere le persone che un'idea può essere sviluppata e migliorata da altri portando benefici economici a chi l'ha avuta.

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domenica 6 maggio 2012


Con l'arrivo di Google Drive, l’ultimo servizio di personal Cloud nato, siamo giunti ad una situazione che era nell'aria, ma che molti fanno finta di non cogliere. Dobbiamo rassegnarci, presto tutti i nostri files saranno archiviati online, che ci piaccia o no. Non siamo noi a decidere, non lo siamo mai, se Apple, Google, Microsoft ed altri hanno deciso che questo sarà il sistema d'archiviazione, lo sarà.

A pensarci bene la cosa si può già intuire, prendiamo l'Ipad, siamo alla 3° generazione, il processore è migliorato in modo esponenziale, ma lo spazio disco è rimasto identico e così anche i dischi fissi per pc hanno subito un mutamento che va in direzione della velocità piuttosto che della capienza.

Ok, ma i dati sono al sicuro? La verità è che non lo so e non lo sa nessuno, poiché essendo un sistema ancora giovane è ricco di falle, così poco tempo fa, Dropbox è stato violato per alcune ore, regalando l'accesso ai dati a chiunque. Il problema è stato risolto e si va avanti. Il punto è che ormai la cosa non fa più differenza, poiché i nostri pc, tablet, smartphone, già oggi sono violabili molto di più della Cloud, restando al sicuro solo da spenti, ma spenti oramai non lo sono quasi mai. senza contare i dati che già stiamo condividendo con il mondo tramite i Social Network, il solo interfacciarci con la rete ci mette in condizione di essere violati nei nostri documenti e nella nostra privacy, fare si che ciò sia strutturato ed organizzato, secondo me è solo positivo. Mi dispiace, ma il prezzo da pagare per sapere i cazzi degli altri è che gli altri sappiano i nostri, anche quando non ce ne accorgiamo, l'intreccio di permessi e licenze che tutti noi accettiamo per cazzeggiare su Facebook non ci perdonano.

Il discorso è diverso in ambito Business, dove ancora lo scetticismo nell'archiviare dati sensibili sulla nuvola mi sembra comprensibile, ma le aziende hanno mezzi molto costosi per difendere i propri dati, non rientrano quindi nel precedente discorso.

Per accorgervi di essere sotto osservazione vi basterà controllare la vostra mail, se vi arrivano messaggi di pubblicità non desiderata, significa che almeno uno Spyware è entrato nel vostro sistema e una volta studiate le vostre abitudini, invia le informazioni a chi le pubblicità le crea, in modo da consigliarlo sui vostri gusti, non so se mi spiego.

A questo punto, dovendo scegliere questo o quel servizio, considerate che esistono due categorie: quella delle grandissime multinazionali, come Google, Apple, Microsoft che funzionano alla grande sui propri sistemi, ma sono deficitari se si decide di utilizzarli con la concorrenza. Ad esempio Icloud è fotonica se avete un'Ipad e un Mac, ma in tutti gli altri casi è scarsina, Google Drive è ottima se utilizzata con gmail, Document, Google+ e tutti gli altri servizi di Big G, altrimenti è un po' limitata........

La seconda categoria riguarda servizi che non sono legati a nessuna piattaforma, come DropBox, Memopal, ZumoDrive.... più o meno si equivalgono nel servizio e personalmente li preferisco, perché sono molto più aperti e nel caso di Memopal Italiani.

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martedì 1 maggio 2012


Il mondo del lavoro è cambiato, le certezze di 10 anni fa sono scomparse, ma l'unico problema trattato dai media tradizionali è la mancanza di occupazione per i giovani. Se da un lato questa posizione può essere condivisibile, limitare il problema ai ragazzi mi sembra quantomeno riduttivo. L'adattabilità dei 20-30enni all'evolversi rapidissimo del mondo è palese, ma quando a non trovare occupazione o peggio ancora a perderla sono 40-50 o addirittura 60enni, come la mettiamo?

Il mio impiego attuale, consiste nel formare gruppi di cassaintegrati che appartengono a queste ultime fasce d'età. Aldilà delle difficoltà oggettiva nell'insegnare una materia lontana dal loro Universo come l'informatica, mi sono fermato a parlare con questa gente per capire quali sono le loro competenze e le loro aspettative. Le aspettative sono bassissime, perché si rendono conto di non possedere l'interfaccia per comunicare con una società sempre più tecnologica, mentre le competenze ci sono, ma non sanno di averle. Entrando un po' più in confidenza sono riuscito a farmi mostrare i loro "tesori", lavori di artigiani superbi che hanno nelle mani la loro vera ricchezza. Ho cercato di spiegare loro che questa qualità sta diventando sempre più rara e presto diventerà rarissima. Purtroppo la generazione precedente non ha la mentalità per rimettersi in gioco e affrontare il mercato in prima persona, poiché abituata a lavorare in aziende strutturate dove ognuno aveva il proprio compito da svolgere, ma dove i rapporti col mondo esterno venivano gestiti da altri. Leggendo un articolo di Enrico Bassi, che ho personalmente ascoltato al World Wide Rome, ho potuto finalmente trovare una definizione di Maker, che è colui che racchiude il progettista, il produttore finale e il distributore in un unico individuo, ma io aggiungerei in un unico gruppo. La tecnologia permette oggi di realizzare prodotti finiti a basso costo, tramite ad esempio le stampanti 3d, ma servono ancora il designer, l'artigiano e il commerciale e nessuno vieta che non siano la stessa persona.

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