lunedì 11 novembre 2019

Televisione retro con trasmissione NetFlix
La televisione ai tempi di Netflix: il potere che non c’è più
Me la ricordo io la televisione di quando ero un ragazzino, quando il telecomando era lo scettro del potere. Mio padre che lo deteneva sceglieva cosa guardare e noi ci si adattava ai suoi gusti o al più i dissidenti migravano sulla televisione più piccola per vedere qualcos’altro, sempre che non l’avesse già occupata mia madre con le sue telenovelas.

Per poter essere padroni dei palinsesti bisognava attendere di trovarsi da soli in casa il che era raro. Anche andare al cinema con qualcuno non ci esentava (e non ci esenta nemmeno oggi) dallo scegliere una pellicola piuttosto che un’altra, era inevitabile scontrarsi con i gusti dell’amico di turno o della fidanzatina, per chi ce l’aveva. Ricordo ancora oggi il terribile “Sacrificio” di Tarkovskij che aveva vinto il premio speciale della giuria a Cannes nel lontano 1986, il salto era grande dopo anni di western, peccato che non ero stato io a scegliere di vederlo e dopo averlo visto capiì anche il perché.

Poi vennero le videocassette, ma anche qui, il potere di scelta era di chi pagava il noleggio e bisognava scendere quantomeno a compromessi. certo era già un passo in avanti, qualche film fuori dai canoni si riusciva a vedere, ma le critiche giungevano inesorabili: “prendi sempre sti film strani...” mi diceva mio padre quando era costretto a vedere qualcosa dove non c’erano morti e sparatorie. La televisione via cavo non cambiò molto le cose, dato che non ero io a pagare l’abbonamento, l’unica differenza era che non si doveva più scendere da Blockbuster, il catalogo era a portata di telecomando. Il risultato comunque, era sempre lo stesso, tutti insieme a guardare un film, a chi piaceva, a chi no.

Oggi sono io il Capofamiglia e Netflix preleva il canone dal mio conto, ma, ahimè, nell’era digitale il mio potere si è estremamente ridotto e non è neanche lontanamente paragonabile a quello che aveva mio padre. Il nuovo strumento di intrattenimento familiare si è rivelato ben presto un diabolico meccanismo di isolamento. La Piattaforma infatti suggerisce fin da subito di creare un profilo per ogni utente, ovvero per ogni componente della famiglia, allo scopo di soddisfare i gusti di tutti. Questo all’inizio sembra molto democratico, ma il risultato dopo alcuni disperati tentativi di guardare qualcosa tutti insieme, è stato invece quello di isolarci tutti quanti. La possibilità di accedere da più dispositivi creandosi un catalogo personalizzato ha di fatto reso obsoleta la serata in compagnia. Ognuno guarda quello che vuole, se una cosa piace a più di uno, diversi sono i momenti in cui vederla, diversi i modi in cui farlo. Mentre io, solo come un cane (con il gatto sulle ginocchia) guardo la mia serie preferita, uno dei miei figli ne sta guardando un’altra sul PC in camera sua. Mia moglie, nel frattempo, rassetta la cucina in attesa che io termini la mia visione per prendere il mio posto e guardarsi la sua serie, che a me non piace e quindi lo farà da sola a sua volta, magari mentre stira. L’altro figlio intanto sta guardando qualcos’altro direttamente sul telefono. Fantastico? No, allucinante, perché l’era della condivisione in realtà ci isola tutti, ognuno guarda ciò che vuole quando vuole, ma da solo, senza qualcuno vicino con cui commentare.

Unica possibilità di uscire dall’isolamento i Social, dove parlare con altri “Isolati” che non conosciamo di ciò che abbiamo guardato da soli, ma questa è un’altra storia. Che tristezza.

lunedì 9 gennaio 2017

Opera di Paolo Gojo Colasanti - via della Vasca Navale, 79 - Roma
Quale ragione spinge un uomo di 45 anni a parlare di StreetArt? Il motivo principale è che il fenomeno ha radici lontane nel tempo, di oltre 30 anni.

Il mio primo contatto con la Arte di Strada risale alla prima metà degli anni 80, periodo di nascita e sviluppo dell'attuale fenomeno: HipHop che in quel periodo era suddiviso principalmente in tre correnti:
  • Rap Music
  • Brakdance
  • GraffitiArt
Io fui conquistato dal ballo che praticai per qualche anno, ma non rimasi impermeabile alle altre due espressioni della nuova cultura. Al tempo la GraffitiArt fece fatica a emergere, perché a differenza di musica e danza, era difficile da diffondere al di fuori delle zone periferiche della città, la Rete Internet non esisteva ancora.

Murale tratto dal Film Beat Street 1984
A contribuire alla diffusione del movimento furono 2 film: Archive - Beat This! A Hip-Hop History - Malcolm McLaren in New York più concentrato sulla Breakdance e Beat Street che mescolava tutte le componenti dell'HipHop raccontando la tragica storia di un Graffitaro del Bronks di nome RAMO.
La StreetArt era nata, ma lo stile ancora grezzo, gli strumenti di lavoro ancora poco performanti e soprattutto l'ostilità delle forze dell'ordine nei confronti degli artisti, ne limitarono la diffusione al di fuori dei grandi centri urbani americani, almeno fino all'arrivo di Internet.
Oggi il fenomeno della StreetArt è in pieno sviluppo e le maggiori città italiane e mondiali stanno diventando autentici musei all'aperto, ospitando le opere dei maestri del 3° millennio. La possibilità di diffondere finalmente le opere tramite la rete ha stimolato i migliori talenti a dedicarsi all'arte di strada e ha spinto le città ad investire in soluzioni in grado di ridurre il dilagante degrado.

A conferma di quanto detto voglio mostrare il lavoro dell'artista italiano più famoso nel mondo, il grandissimo Blu che non si limita a utilizzare Internet per disseminare il proprio lavoro, ma rende la rete addirittura indispensabile per godere della sua arte, in modo tanto originale, quanto incredibilmente creativo.



Al di là di espressioni artistiche fuori dagli schemi, le caratteristiche comuni a tutte le opere di StreetArt sono:
  1. Valorizzazione di aree degradate
  2. Il palcoscenico è quasi sempre una grande città
  3. Le opere appaiono in luoghi non pensati per ospitare arte
  4. Spesso non esiste una guida esaustiva


 Valorizzazione di aree degradate

L'aspetto più interessante dell'arte di strada è che viene realizzata quasi sempre nelle zone urbane da riqualificare, in un certo senso questo è l'aspetto che la rende più distante dall'arte classica, dal Medioevo al Rinascimento e oltre, l'arte pubblica è sempre stata realizzata in luoghi molto importanti e centrali, quasi sempre cattedrali o chiese. Il ruolo della nuova arte è diverso, riesce a valorizzare interi quartieri popolari, richiamando centinaia di visitatori ogni giorno. Uno dei più famosi in Italia è a Roma e si chiama Tor Marancia, luogo completamente rivoluzionato grazie al progetto Big City Life.
Molto interessante anche il famosissimo progetto Muro che ha interessato l'area del Quardaro, attraverso moltissimi contributi di artisti italiani e stranieri.
Progetto Muro, zona Quadraro - Ron English - Senza nome


Il palcoscenico è quasi sempre una grandi città

I migliori street artist cercano di realizzare le proprie opere nelle grandi città, sia perché in genere hanno una zona periferica più degradata e quindi più adatta a essere rivalorizzata, sia perché le opere possono essere viste da molte più persone, ma i centri urbani di grandi dimensioni sono dispersivi e raggiungere le aree periferiche non è sempre agevole, spesso non sono neanche raggiunte dalla Metro. Avendo dedicato ben tre giorni alla ricerca di opere a Roma, ne confermo la difficoltà estrema.


Le opere appaiono in luoghi non pensati per ospitare arte.

Se andiamo a visitare un museo, una chiesa, una mostra... Siamo mentalmente preparati a cosa ci attende, viceversa se stiamo passeggiando in città, intenti a perseguire i nostri scopi giornalieri, non siamo pronti a trovarci difronte un'opera d'arte appena creata sul muro di un palazzo. Per chi è in grado di approfittare di queste occasioni, questo è l'aspetto più straordinario dello stile urbano: la sorpresa. Incredibile come l'interesse di un visitatore possa essere spostato in un luogo precedentemente anonimo o peggio ancora: degradato.

Coffee Break - Etam Cru


Spesso non esiste una guida esaustiva

Ogni museo che si rispetti possiede una guida da consultare per essere visitato, ma come si può fare questo in una città? In realtà esistono molte app che svolgono egregiamente il loro compito, come ad esempio StreetArt Roma, ma tutte mancano di una caratteristica fondamentale:

La creazione condivisa dei contenuti

Ho visitato Roma con il solo scopo di individuare e documentare i migliori esempi di StreetArt della capitale, fotografandoli e geolocalizzandoli nella mappa sottostante.
Il mio lavoro è inevitabilmente incompleto, ma non ho mai avuto la pretesa di creare la mappa definitiva della città, non da solo almeno.

Le possibilità di cocreazione offerte da una mappa di Google sono incredibili, purché vengano sfruttate a dovere, da un collettivo di persone.
L'idea è di invitare chiunque voglia contribuire all'arricchimento delle informazioni, dando accesso all'editazione della mappa, in modo da permettere di caricare nuovi contenuti, arricchire quelli presenti, correggere eventuali errori.

Per partecipare al progetto dovete solo richiedermi l'accesso in modifica alla mappa tramite mail, individuare, fotografare, geolocalizzare e condividere, ma non prima di aver visionato il mio lavoro, dove potrete gustarvi opere di Ron English, Blu, Ozmo, Iacurci, Gio Pistone e molti altri.

Cliccate le icone colorate per iniziare il viaggio e buon divertimento.

venerdì 17 ottobre 2014

Foto dell'evento a cure delle studentesse del Master in Comunicazione delle Scienze
Uno dei miei tweet durante lo svolgimento di #SocialPeer recitava più o meno così: non mi sono mai sentito tanto +Ibrido Digitale come oggi. La ragione di quest'affermazione sta nell'aver vissuto una due giorni dove si sono alternate sul palco degli speakers, la generazione dei #TardiviDigitali che mi precede anagraficamente e quella dei #NativiDigitali che mi sta davanti. Anche durante le pause ed i pranzi ho potuto dialogare indifferentemente con gli uni e con gli altri senza dover assumere posizioni da difendere. Il risultato è stato un arricchimento culturale importante, favorito da un'ospitalità da parte dell'Università che non so come potrò mai ricambiare.
-Matteo Piselli-

Come si comunica la scienza in rete? Io dovrei saperlo, dopo aver conseguito il titolo di Master in Comunicazione delle Scienze presso l'Università di Padova. O comunque saperne qualcosa (e non tutto, perché di imparare non si finisce mai). Eppure quando Cristina Rigutto mi ha mandato l'invito al convegno "Pubblica, Blogga, Twitta. Fare carriera nella scienza oggi" mi è sembrato di tornare studentessa, anche se leggevo quella mail dalla scrivania di un ufficio che ormai da parecchi mesi sembra la mia seconda casa.

E forse un po' studentessa lo sono tornata davvero, durante le giornate del 2 e 3 ottobre passate all'Osservatorio Astronomico di Padova, sede dell'evento. Un po' perché ho rivisto volti noti della mia esperienza universitaria - +Leopoldo Benacchio, +Cristina Rigutto, +Alessandro Pascolini e Federico Neresini  - susseguirsi al microfono a raccontare cosa vuol dire comunicare la scienza oggi, un po' perché nello stream Twitter c'ero anch'io assieme agli altri studenti e professionisti presenti, e un po' perché in un anno sono cambiate molte cose su come si fa comunicazione scientifica (basti pensare a Google+, che a inizio master non consideravo nemmeno un Social Network). Ah, e poi per le belle persone che ho rincontrato in quei due giorni dopo averne fatto la conoscenza a #mcsopen, tra cui +Matteo Piselli e +Roberta Zanella, che a sentirli parlarmi come a una loro pari ancora un po' strano mi fa.

Cosa mi ha colpito di questa due giorni?

Innanzitutto la comunicazione tra pari che si è instaurata in aula: "Pubblica, Blogga, Twitta" non è stata una semplice conferenza in cui dei "guru" hanno dato dei consigli su come comunicare la ricerca, ma un momento di interazione tra chi "ne sa" di comunicazione o di scienza e vuole condividere la propria esperienza. In questo senso sono stati determinanti lo streaming video su You Tube (una bella novità di quest'anno al Master) e le conversazioni su Twitter con gli hashtag #socialpeer e #fuorisessione (a questo link gli Storify di +Elena Milani).

Mi è piaciuto molto poi lo stupore con cui molti "scettici" sono usciti da quell'aula. Giovedì ho visto arrivare ricercatori che consideravano Twitter solo uno strumento attraverso cui la veline condividono i loro selfie. Venerdì li ho visti crearsi un profilo proprio durante la conferenza e iniziare a twittare la loro esperienza, con hashtag e mention, e anche qualche foto.

Cosa mi porto a casa?

Il volume "Twitter per ricercatori", il ricordo di due belle giornate di condivisione e la consapevolezza che di figure che sappiano comunicare in modo corretto e critico la scienza c'è una reale necessità. E soprattutto che, in quest'epoca di relazioni digitali, c'è sempre più voglia da parte degli scienziati di interagire con chi sa comunicare, perché hanno voglia che le persone sappiano che loro stanno contribuendo davvero al futuro del nostro paese.

Tutte le foto dell'evento sono state scattate dalle studentesse del Master in Comunicazione delle Scienze dell'Università di Padova.

martedì 30 settembre 2014

La realtà aumentata migliorerà l'esperienza cognitiva dell'arte?


La percezione che la maggior parte delle persone ha dei Google Glass è distorta, spesso esagerata, così gli ultimi film di fantascienza ed il continuo evolversi della tecnologia hanno modificato terribilmente le nostre aspettative, gli effetti speciali straordinari sono diventati effetti normali ordinari.

Qualche giorno fa sono stato invitato a partecipare ad un Tour a Venezia, guidato e documentato attraverso un'applicazione che fa uso dei famosi occhiali e ho deciso di condividere le mie impressioni:

Un prodotto di alta tecnologia deve essere semplice nell'utilizzo, ma soprattutto ci si deve dimenticare subito di averlo addosso, esaltando i contenuti, altrimenti l'entusiasmo iniziale viene presto sostituito dalla noia. I Google Glass sono e restano uno strumento, è l'attività dei programmatori nel tirarne fuori le capacità di comunicazione che rende l'esperienza dinamica e utile.

Non ho intenzione di raccontarvi il tour, poiché il video lo descrive perfettamente, vi basta pensare che al posto della signorina ci sia io, il percorso è stato lo stesso e l'esperienza è ben documentata.


Durante la prova non mi sono limitato a provare il giocattolo tecnologico, ho cercato di scoprirne le funzionalità, ne ho testato i limiti, ho fatto corsette improvvise, voltafaccia repentini, ma soprattutto un mare di domande; il mio interesse era chiaro, poter replicare l'esperienza in un contesto diverso, un museo all'aperto ad esempio, come il +FUSEUM Centro d'arte e parco museale di Brajo Fuso.

Gli occhiali funzionano, in modo semplice e restituendo esattamente quello che promettono, senza baracconate, non distraendo l'utente, ma migliorandone l'esperienza, soprattutto se il luogo oggetto della visita è stato correttamente georeferenziato e documentato in fase di programmazione; nel caso di Ok Venice il lavoro svolto è stato eccellente, tanto che più che documentare i luoghi della visita, si viene guidati a scoprire dettagli che ad occhio nudo passerebbero certamente inosservati.




Una corretta implementazione del software accompagnata da un'approfondita conoscenza dei contenuti, permettono di organizzare un percorso di Storytelling che può portare ad un'esperienza Transmediale, in un puzzle di informazioni che derivano da media diversi e portano a raccontare un'unica storia.

Ritengo che i musei rappresentino il luogo migliore dove sviluppare un'applicazione legata ai Google Glass, in quanto la concentrazione necessaria a seguire le istruzioni e le informazioni derivanti dal device, in un ambiente esterno sono troppo disturbate dalla vastità dell'orizzonte, mentre al chiuso, il limite degli spazzi permette di costruire un percorso guidato più agevole e soprattutto più semplice da pensare per chi lo implementa.


L'aspetto economico va considerato, perché l'acquisto degli occhiali non è sufficiente a produrre un risultato soddisfacente e i lavori di:
  • Programmazione
  • Scelta dei contenuti
  • Implementazione dei contenuti
  • Geolocalizzazione
  • Test
andranno ad incidere del 1000% sul costo del device, quindi sarà importante capire se vi sia effettivo beneficio nell'utilizzo. Un Museo all'aperto, dove l'inserimento di contenuti esplicativi, tanto analogici, quanto digitali, può essere problematico è certamente un buon punto di partenza, per superare tecnologie ormai datate come l'utilizzo dei QR code.

Ringrazio +Mara Gotti in rappresentanza di tutto il team di Ok Venice per avermi invitato, +Daniela Buglione e +Marinella Scarico che si sono confrontate con me dopo aver provato la stessa esperienza.